A proposito di figli, storie e camaleonti

La cosa più buffa che ti può capitare quando scrivi una storia è quando ti accorgi che ha preso una strada che tu non avevi previsto. Come se i personaggi andassero in una direzione scelta da loro, creando situazioni inaspettate. A me è capitato spesso. E’ come se io scrivendo gli avessi creato l’ambientazione, preparato la scena, ma poi loro autonomamente avessero deciso dove andare o cosa fare.

Questa cosa viene fuori in modo assolutamente chiaro quando poi qualcun altro legge quella storia. Perché ti accorgi che ognuno che la legge coglie sfumature a cui tu non avevi pensato, crea collegamenti che non avevi colto e trova significati nuovi. Che non erano esattamente quelli che tu volevi dire, ma hanno la stessa dignità dei tuoi. Perché, un po’ come i nostri figli, noi li mettiamo al mondo, gli diamo delle direttive, cerchiamo di metterci tutto il nostro impegno per passargli qualcosa che a noi sembra importante, ma poi la vita è la loro. Sono loro che devono camminare autonomamente.

Le nostre storie, come i nostri figli, in realtà non sono nostri. I significati che hanno sono i loro. Noi possiamo e anzi dobbiamo fare in modo che abbiano tutti gli strumenti per andare avanti, ma poi la strada che compieranno non dipende più da noi. E magari ci sorprenderanno, ci lasceranno confusi e perplessi come camaleonti dentro una scatola di smarties, perché prenderanno strade impreviste. Ma questa è la vita. E forse, per i figli come per le storie, la soddisfazione più bella è proprio sentir parlare di loro da altri. E ritrovarsi in quello che dicono di loro ed insieme rimanere sorpresi. Perdersi e ritrovarsi. Nelle storie, come nella vita.

 

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