La battaglia di Charlie

Su questa storia di Charlie, il bimbo inglese malato terminale, è difficile dire qualcosa di sensato. La sensazione che ho è che si parli e si scriva per opinioni sedimentate, da “tifosi” di un’opinione piuttosto che di un’altra. Chi conosce realmente o forse sarebbe meglio dire clinicamente come stanno le cose? Da una parte dei genitori che non vogliono arrendersi all’irreparabile. D’altra la scienza, i medici, la corte dell’Aia che decretano l’inutilità di continuare le cure, che forse provocano delle sofferenze a quel povero angelo.

La medicina fa passi da gigante, la genetica idem ed il tema del fine vita si fa ogni giorno più stringente. Ma al di là delle convinzioni etiche o religiose di ognuno di noi, mi sembra che il modello culturale che si stia affermando sempre di più, lega la vita alla sua fungibilità. Di più, lega il valore della vita alla sua capacità di fare o quanto meno ad una anche solo ipotetica possibilità di fare.

Una vita incapace, la vita di un incapace, sarebbe senza uno scopo, sarebbe inutile. Da sopprimere. Qualcuno dice che cent’anni fa certe domande non se le ponevano neanche, forse perché si moriva prima, senza troppe disquisizioni. Eppure c’è già stato un modello di società strettamente legato alla capacità degli individui di poter fare, di essere utili. Si sviluppò a Sparta, dove infatti buttavano dalla rupe i bambini malformi. L’efficientissima Sparta che si contrapponeva alla caotica Atene. La mascolina e piena di energia Sparta che militarmente sconfisse la decadente Atene, piena di inutili filosofi, pure mezzi froci.

Ma Atene è diventata il simbolo della civiltà, Sparta si trova solo sui libri di storia. Perché su quelli di geografia neanche esiste più.

 

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