Post contro la paura (feat Brunori Sas)

Scrivo post poco intelligenti, che lo capisci subito non appena li leggi. Post buoni da leggere la domenica al mare, post buoni da mangiare. Sono post a volte commoventi, a volte divertenti, insomma post come me, sono ambivalenti. Pensieri che voglio condividere, soprattutto con chi ha ancora voglia di ridere.

Post che parlano d’amore, perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare? Che se ti guardi intorno non c’è niente da fare, solamente un grande vuoto da riempire, per non sentire più male. Perciò sarò anche superficiale e pure un po’ minchione, ma in mezzo a questo dolore, tutto questo rumore, io scrivo solo per me e per chi mi sta ancora a sentire.

I miei post poco intelligenti, che ti ci svegli la mattina come se fossero appuntamenti, post per chi ha voglia di pensare o di ascoltare, post per non dimenticare. Sono post poco consistenti, insomma post come me che faccio troppi ragionamenti, che non voglio solo sensazioni, perché cerco sentimenti e una tazzina di caffè.

E invece no, tu vorresti post emozionanti, che ti acchiappano alla gola senza tanti complimenti, post come sblerle in faccia per costringerti a pensare, post belli da restarci male. Quei post da leggere alla buon ora, post per dirti che ti amo ancora, anche se è triste, anche se è dura, post contro la paura. Post che ti salvano la vita, che ti fanno dire “no, cazzo, non è ancora finita!”, che ti danno la forza di ricominciare, che ti tengono in piedi quando senti di crollare.

Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore, a tutto questo rumore, a volte basta un post, anche uno stupido post, solo uno stupido post, a ricordarti chi sei.

Avere o essere?

Noi che contava più l’intelligenza della bellezza. Noi che non ci fermavamo alle apparenze, che andavamo sempre la sostanza delle cose. Noi che ci emozionavamo per una canzone degli Inti-illimani e ci innamoravamo delle poesie di Montale. Noi che avevamo letto Hermann Hesse e visto tutti i film di Pasolini. Noi che viaggiavamo con la fantasia e l’Interrail, senza google map o navigatori di sorta, orientandoci solo con la voglia di arrivare da qualche parte. Noi che ci arrabbiavamo per le ingiustizie del mondo il lunedì mattina, molto più di quelle della moviola la domenica sera. Noi che uno sport, una laurea, uno strumento. Noi che non avevamo paura di niente, a parte che il cielo ci cadesse in testa. Noi che eravamo pronti a combattere contro le diseguaglianze sociali, ma eravamo impreparati contro la caduta dei capelli. Noi che costruivamo castelli in aria con una paletta ed un secchiello. Noi che non avevamo fretta, perché eravamo certi che le cose belle non possono scappare. Noi con grinta e con sorriso. Noi abbeverati alla sapienza di Eric Fromm, convinti che contasse molto più essere che avere. Noi che ci siamo dovuti ricredere. Almeno qualche volta.

Ad esempio, meglio avere le palle che essere cojoni. E comunque, sempre per restare in tema, dopo la terza canzone gli Inti-Illimani, due palle così!

 

 

La battaglia di Charlie

Su questa storia di Charlie, il bimbo inglese malato terminale, è difficile dire qualcosa di sensato. La sensazione che ho è che si parli e si scriva per opinioni sedimentate, da “tifosi” di un’opinione piuttosto che di un’altra. Chi conosce realmente o forse sarebbe meglio dire clinicamente come stanno le cose? Da una parte dei genitori che non vogliono arrendersi all’irreparabile. D’altra la scienza, i medici, la corte dell’Aia che decretano l’inutilità di continuare le cure, che forse provocano delle sofferenze a quel povero angelo.

La medicina fa passi da gigante, la genetica idem ed il tema del fine vita si fa ogni giorno più stringente. Ma al di là delle convinzioni etiche o religiose di ognuno di noi, mi sembra che il modello culturale che si stia affermando sempre di più, lega la vita alla sua fungibilità. Di più, lega il valore della vita alla sua capacità di fare o quanto meno ad una anche solo ipotetica possibilità di fare.

Una vita incapace, la vita di un incapace, sarebbe senza uno scopo, sarebbe inutile. Da sopprimere. Qualcuno dice che cent’anni fa certe domande non se le ponevano neanche, forse perché si moriva prima, senza troppe disquisizioni. Eppure c’è già stato un modello di società strettamente legato alla capacità degli individui di poter fare, di essere utili. Si sviluppò a Sparta, dove infatti buttavano dalla rupe i bambini malformi. L’efficientissima Sparta che si contrapponeva alla caotica Atene. La mascolina e piena di energia Sparta che militarmente sconfisse la decadente Atene, piena di inutili filosofi, pure mezzi froci.

Ma Atene è diventata il simbolo della civiltà, Sparta si trova solo sui libri di storia. Perché su quelli di geografia neanche esiste più.

 

Inseguendo un arcobaleno

Un luogo non è più soltanto uno spazio qualsiasi dopo che ci sei stato una volta. Perché ci aggiungi il tempo che ci hai trascorso, le cose che hai pensato quando eri lì, le persone che erano con te, le cose che hai mangiato, quelle che hai bevuto, le canzoni che hai ascoltato, i sentimenti che hanno attraversato la tua mente e il tuo cuore. Il luogo tiene con sé tutti questi fili e li conserva fino al tuo ritorno.

Per questo ritornare nei luoghi non significa solo rivedere cose già viste, ricordare storie già vissute o rivivere emozioni passate. Non è solamente questo. Significa soprattutto ritrovare le tracce del tuo io, che è rimasto impigliato nei dettagli più insignificanti di quel luogo, recuperare piccoli pezzetti di te che avevi inavvertitamente lasciato lì. Anche se in realtà recuperarli non è il verbo giusto perché oramai non fanno più parte di te, ma appartengono a quel luogo.

Cercare di riprenderli sarebbe come voler raggiungere un arcobaleno. E’ bello, lucente, sta lì di fronte a te, vedi l’inizio, vedi la fine, ma se provi a raggiungerlo si allontana sempre di più. Ma anche se devi arrenderti al fatto che non lo prenderai mai, resta bello lo stesso. Proprio come i pezzetti di te impigliati nei luoghi dove ritorni. Anzi, forse sono belli proprio per questo. Perché non potrai riprenderli più. Puoi solo fermarti di fronte a rimirarli, accenderti una sigaretta e pensare che sì, in fondo va bene così.

 

 

Per dare i voti, mica bisogna per forza entrare in convento

Sì, lo so? Sembra il titolo di un post di quel gattaccio di Gintoki, ma del resto è arrivata l’estate, ricompare la settimana enigmistica, finiscono le scuole, qualcuno ha la maturità (mia figlia, ad esempio) ed è tempo di voti. Come forse ho già scritto altre volte, se rinasco voglio fare l’insegnante. A parte i due mesi di ferie estive e le vacanze a Natale, Pasqua e altre feste comandate, penso che sia uno di quei mestieri che danno grandi soddisfazioni. Poter dare qualcosa, stimolare e far nascere delle domande, provare a individuare delle risposte. Cosa può rendere più soddisfatti di se stessi e del proprio lavoro?

Da una parte, con la poca modestia che mi contraddistingue penso che sarei stato un bravo insegnante. Sicuramente ci avrei messo molta più passione di quanta ne metto nell’attuale attività. Sarei stato molto curioso, avrei cercato di far emergere quello che i ragazzi hanno dentro, piuttosto che cercare di riempirli di teorie o opinioni mie.

D’altra parte, conoscendomi,  penso pure che non sarei stato bravo al momento delle valutazioni. Tendo un po’ troppo ad empatizzare con chi mi sta di fronte, a cercare di comprendere il suo punto di vista e magari a dare una motivazione alle mancanze. No, a dare i voti non sarei stato bravo.

Soprattutto non sarei stato obiettivo. Non credo che sarei stato capace a scindere la persona, la sua storia, il suo modo di essere, dalle sue conoscenze. A uno antipatico gli avrei fatto domande più difficili. A uno capace di stupirmi avrei dato senz’altro un voto in più.

Ma del resto, è proprio così fondamentale dare i voti? A parte quella capra (da non confondere con il Caproni!) della nostra sindaca, che si è autoassegnata un bel sette e mezzo (!), nel mondo reale, chi dà ancora importanza ai voti? Neanche le Università si fidano dei voti, altrimenti perchè farebbero i test di ingresso?

Forse il proverbio “ultimi a scuola, primi nella vita” è un po’ troppo superficiale e banale (come tutti i proverbi), però è vero pure che forse la scuola deve insegnare anche cose a cui dare in voto è impossibile.

E allora, forse sarei stato anche io un insegnante decente!

Il giorno in cui Giuliano Fiorini ci salvò dall’inferno

Il 21 giugno del 1987 è uno di quei giorni che si fissano nella memoria e rimangono lì come quadri appesi ad una parete. Un po’ impolverati, che ogni tanto vai e lì e te li rimiri, ma che inevitabilmente sbiadiscono un po’ col tempo, come gli anniversari o le ricorrenze in generale. La retorica che altrettanto inevitabilmente si accompagna ce li fa quasi stare un po’ antipatici (almeno a me). Poi, senza che tu te ne accorga, arriva la cifra tonda e allora quegli eventi rinverdiscono. E quest’anno sono trent’anni. E poi c’è il blog. Quindi come facevo a non scrivere nulla su quel giorno?

Vi ho già raccontato cosa significhi per me il calcio e in particolare la Lazio. Vi ho già detto come sia il primo a riconoscere che sia eccessiva ed assolutamente immotivata la capacità che abbiano i risultati sportivi di influenzare nel bene o nel male la mia vita. E ho cinquant’anni. Figuratevi cosa poteva essere trent’anni fa. Figuratevi cosa poteva significare per me la possibilità che la Lazio scomparisse. Perché quello stava per succedere. In quel disgraziatissimo campionato, iniziato con una penalizzazione di 9 punti, arrivammo a quell’ultima giornata con la concreta possibilità di retrocedere in serie C e l’altrettanto concreta possibilità di fallire e quindi scomparire.

Serviva una vittoria. Era una condizione necessaria, ma non sufficiente, perché poi avremmo dovuto aspettare i risultati degli altri campi. Una situazione che avrebbe dovuto insegnarmi qualcosa anche per gli anni a venire. Puoi mettercela tutta, puoi ottenere il massimo, anzi di più, puoi sfiorare l’impresa. Non è detto che basterà. Non è detto che dare tutto quello che hai sarà sufficiente. Ed anzi, c’è il rischio più che concreto, che se manca quell’ultimo tassello, tutto quello che hai fatto non sarà servito proprio a nulla.

E nonostante la Lazio fosse oggettivamente più forte del Vicenza. Nonostante loro giocassero con il portiere di riserva per un incidente del titolare. Nonostante fossero rimasti in dieci per un’espulsione. Nonostante uno stadio strapieno tifasse incessantemente con tutto il fiato che aveva in gola, a dieci minuti dalla fine il risultato era ancora 0 a 0. E noi eravamo retrocessi.

Ma quella volta quell’ultimo tassello andò al posto giusto. A pochi minuti dal termine Giuliano Fiorini, bomber molto discusso, vagabondo di mille squadre, amante più delle Marlboro e del Whiskey che degli allenamenti, tirò fuori dal cilindro un colpo di biliardo e ci salvo dall’inferno. Per andare in paradiso servirono poi anche gli spareggi successivi, ma per me il più era compiuto. Anzi, tutto era compiuto. Il goal di Fiorini, per quanto mi riguardò, era la parola fine sul calcio. Ero abbonato dal 1975, una domenica senza calcio e senza lo stadio fino a quel giorno era inconcepibile. Ma dopo quella partita mi sentii svuotato, come se un’emozione pari a quella non avrei mai potuto riviverla. E infatti per cinque anni non seguii più una partita (poi un inglese pazzo e un presidente paperone mi riportarono allo stadio, ma questa è un’altra storia).

Ogni squadra ed ogni tifoseria si regge e fonda la sua identità su eventi memorabili. Trionfi soprattutto, ma anche grandi partite, sfide intercontinentali, partite indimenticabili. E anche la mia Lazio, soprattutto negli anni successivi, ha giocato partite meravigliose, ha vinto uno scudetto in modo rocambolesco, ha alzato trofei Europei, ha vinto sfide fantastiche, insomma qualche bella soddisfazione sportiva me l’ha regalata. Ma niente è paragonabile a quel Lazio Vicenza. E anche trent’anni dopo, posso dire che per me il calcio poteva anche finire lì.

Lo ius soli spiegato con i baci perugina

I semi li porta il vento, ma i fiori sono del giardino in cui nascono

Da qualche mese nel nostro palazzo ha preso un appartamento in affitto una coppia di simpatici peruviani con una bimba di 5 anni. L’altra sera urla e strilli hanno fatto accorrere alcuni condomini che si sono trovati a dover separare i due coniugi. O meglio, hanno tolto dalle mani di lui la povera consorte che le stava prendendo di santa ragione, sotto gli occhi terrorizzati della figlia. “Da noi, se una moglie non si comporta come si deve il marito può picchiarla”, tentava di giustificarsi lui, quando sono riusciti a calmarlo. Ha detto che non lo farà più. Speriamo, però almeno ora sa che qualcuno ascolta ed eventualmente interviene.

Hanno tutti e due il permesso di soggiorno, lavorano entrambi, quindi resteranno in Italia chissà, forse per sempre. Parlano una lingua abbastanza simile a noi, recitano le nostre stesse preghiere, mangiano su per giù le stesse cose che magiamo noi. La questione è quindi questa. Quella bimba di 5 anni crescerà da straniera, convinta che un domani il marito potrà, anzi forse dovrà picchiarla se non fa quello che dice lui, o crescerà da italiana, convinta che potrà, anzi dovrà, mandarlo affanculo se solo si azzarda a sfiorarla con un dito?

E il bambino figlio dei negozianti cinesi da cui compriamo un po’ di tutto, continuerà a mandare i soldi in Cina o comincerà finalmente ad integrarsi. E il bambino arabo? Pregherà Allah indossando la maglia di Belotti e tifando gli azzurri o continuerà a sentirsi straniero, emarginato dalla miopia della nostra presunta diversità? Perché queste sono le questioni che affronta lo ius soli. Non stabilisce se questi ragazzi debbano essere qui o no. Non stabilisce se continueranno a rimanere qui in futuro. Quello è già una realtà non modificabile. Stabilisce solo il “come” rimaranno, stabilisce come cresceranno e come percepiranno il loro essere qui. Con noi o contro di noi?

La politica serve a dare risposte a problemi concreti e a realizzare cose possibili, altrimenti è solo demagogia. E il possibile è fatto di concretezza, di iniziative misurabili, che riguardano la realtà delle cose, non le intenzioni: “aiutiamoli a casa loro”, “prima gli italiani”, hanno lo stesso valore di un “taglieremo le tasse”, “onestà”, “tutti a casa”. Un po’ come se una storia d’amore si costruisse con i foglietti dei Baci Perugina. Ma noi elettori vogliamo proposte concrete o slogan rassicuranti? Non sarà che invece di cambiare i politici, bisognerebbe cominciare a cambiare gli elettori?