Di mamme, di figlie e di asteroidi

Posto che una pubblicità coglie nel segno quando se ne parla è indubbio che la recente pubblicità del Buondì Motta sia un vero caso di successo. Potremmo addirittura definirlo un crack, un boom, insomma ha colto il bersaglio. Anche troppo, a dire il vero.

Perché ovviamente si sono subito alzate le polemiche per il presunto cattivo gusto della situazione: moralisti, psicologi, associazioni familiari, è stata una vera e propria levata di scudi. Il profilo Facebook della Motta è stato subissato di critiche, anche molto violente, che chiedevano a gran voce di ritirare lo spot. Sono tornati fuori quegli argomenti sui limiti che dovrebbe avere una comunicazione televisiva, cosa è lecito e cosa no, censura e libertà di espressione. Temi già trattati, anche in questo minchionissimo blog, a proposito ad esempio della satira (Aridatece il Minculpop).

In questa situazione però io mi domando una cosa: è giusto far morire così una mamma davanti alla propria figlia che ti sta appena chiedendo “una merenda leggera, ma decisamente invitante, che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità“? E dai, su! Al limite allora, se proprio dovevate, io l’asteroide l’avrei fatta cadere sulla bambina scassaminchioni!

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Chi l’ha detto che non sarà proprio così?

Per il mio amico fraterno…coraggio, come diceva la nostra amata Natalia, chi l’ha detto che non sarà proprio così?

Viaggi Ermeneutici

Di fronte alla morte non ci sono parole. C’è rassegnazione e rabbia, tristezza come dicevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/10/19/tristezza-nera-nello-stomaco/ . Parole no, non ce ne sono. Né di consolatorie, né di opportune.  A volte meglio tacere. Esserci e tacere. Se proprio si vuole dire qualcosa, allora forse meglio affidarsi alle parole di chi è senza dubbio più bravo di me.

“Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita, ma mai nello stesso modo: difficile ricordare tutte le forme e i paesaggi e i colori che ha preso dentro di noi l’idea della morte nel corso degli anni e tutti i sentimenti che ha destato nel nostro animo; è l’idea più mutevole che si possa avere; non c’è niente in noi che sia mutevole come l’idea della morte.

A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. Ascoltiamo quello che dicono gli altri. Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in…

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La paura e la speranza

La scena dello sgombero di Piazza Indipendenza con le cariche della polizia, il lancio di bombole, le madri che fuggono con i bracci i loro figli, è stata un cazzoto nello stomaco. E’ come se quegli idranti avessero colpito anche me: una guerriglia nel centro di Roma è l’immagine che qualcosa è saltato, gli equilibri (precari) sulla civile convivenza non ci sono più. E’ difficile stabilire responsabilità: è necessario, ma allo stesso tempo inutile. Necessario perché chi ha sbagliato (per negligenza, per omissione, per eccessi, per interessi di parte) deve pagare. Inutile perché probabilmente l’individuazione dei responsabili non porterà ad una soluzione.

Aiutiamoli a casa loro, aiutiamoli qui, chiudiamo le frontiere, accogliamo tutti: una soluzione reale, concreta, risolutiva, non c’è. C’è una massa di disperati, affamati, sfruttati, che si riversano qui. E noi non abbiamo i mezzi, la possibilità, le capacità di accoglierli senza che questo venga a modificare il nostro modo di vivere, senza toccare i nostri diritti (visto da noi) o forse i nostri privilegi (visto da loro).

Su questa situazione apparentemente irrisolvibile, su questo scontro di interessi inconciliabili, prolificano le mafie dei trafficanti di uomini, degli sfruttatori a tutti i livelli e si sviluppano gli estremismi dell’una e dell’altra parte. Ma se non vogliamo lasciare il campo a loro, se non vogliamo che l’ultima parola la dicano i vari Trump o i Califfi di sorta, facendo sì che questo conflitto diventi scontro di civiltà, servirebbero soluzioni nuove, radicali. Servirebbe un piano Marshall per l’Africa, investimenti seri che nessun paese da solo riuscirebbe a realizzare, ma che l’Europa nel suo complesso non potrà non fare, se vuole sopravvivere.

Soprattutto bisognerebbe ridare una speranza a questa massa di derelitti. Per loro e per noi, perché contro la disperazione non ci saranno idranti, cannoni o muri che terranno. E non può essere la speranza di un’altra vita a farli sopportare quella di oggi: serve una nuova speranza in questa vita qui, per trasformare l’oggi in una promessa del futuro.

Infine penso che – anche solo come primo passo – nessuno dovrebbe dimenticare quel briciolo di umanità, sepolto nelle paure e diffidenze reciproche, ma che resta dentro di noi. Dentro ognuno di noi.

L’infanzia in un tag

La mia amica Fulvia mi ha coinvolto in questo giochino di mezza estate che ci riporta a solleticare i ricordi dell’infanzia. Le regole del gioco:
– Usare l’immagine del tag
– taggare e nominare l’ideatore
– Elencare usando anche delle immagini almeno 5 giochi/oggetti legati alla vostra infanzia (da 0 a 12 anni max)
– Nominare, taggare e avvisare almeno 5 amici blogger

Il primo gioco che mi ricordo sempre presente (e lo è tutt’ora) nei miei momenti di svago è stato il pallone. Ce ne erano diversi. Il più comune era il supertele

palloni leggerissimi, che uniti ai nostri piedi non ancora affinati dalla tecnica creavano delle traiettorie che sfiovano le leggi della fisica. In pratica, andavano dove volevano loro! Poi venne il supersantos

Un pallone ancora molto leggero, ma che aveva già un suo perché. Ma il non plus ultra arrivò con i mondiali del 78 in argentina: il mitico tango!

Costava un sacco di soldi (per le nostre misere finanze di bambini…ma se non ricordo male comunque 10 volte in più degli altri due), ma era quasi un pallone serio. Pur essendo di plastica aveva una consistenza che ricordava molto i palloni di cuoio e con questo si riusciva a giocare partite quasi vere!

Al secondo posto metterei i fumetti. Forse non sono proprio un gioco, ma sicuramente erano, dopo il calcio, il mio passatempo preferito. E lo sono tutt’ora, visto che ogni mese (con somma gioia della mia dolce metà che non sa più dove metterli) compro ancora il mitico Tex

Questa è la copertina del numero uno. In realtà quando cominciai a comprarli io (intorno al numero 120, ma poi trovai tutti gli arretrati) costavano 350 lire! E poi Zagor, Mister No, l’Uomo ragno, Thor, I Fantastici 4, la mia infanzia era piena di nuvolette!

Al terzo posto fra i giochi metterei i soldatini. Ci ho giocato tanto, soprattutto con quelli dell’Airfix, che riproducevano gli eserciti della seconda guerra mondiale. Di seguito quelli dell’Africa Korps del generale Rommel, fra i miei preferiti

I soldatini appartengono al periodo delle elementari, poi arrivò lui e sbaragliò ogni concorrenza. Quando ancora i giochi elettronici erano alla preistoria (c’era una specie di tennis, ovvero due barrette che si muovevano verticalmente e facevano rimbalzare una specie di pallina….due palle) lui era il re di tutti i giochi….il subbuteo!

Avevo una cinquantina di squadre e il panno del campo era inchiodato ad una tavola di compensato che tenevo dietro la porta della stanza. Ci giocavo ore ed ore e quanto mi divertivo!

Per ultimo, come capofila dei vari giochi da tavolo che rallegravano i pomeriggi di pioggia e le serate a casa, nomimo il Risiko, fra tutti secondo me il più divertente (anche se capace di risvegliare gli istinti più infami e perversi anche della persona più buona!)

Chi è che non ha sognato, almeno una volta di andare nella Kamchatka?

E ora devo taggare almeno 5 amici. Allora nomino

https://pindaricamente.wordpress.com/

https://cazzeggiodatiffany.wordpress.com/

https://musicfortraveler.wordpress.com/

https://shockanafilattico.wordpress.com/

https://ameliereality.wordpress.com/

Ma ovviamente chi vuol partecipare si accomodi pure!

Un, due, tre…Ferragosto!

Nel mezzo del’estate più calda che io ricordi (e me ne ricordo parecchie, anche assai bollenti, ma nessuna peggio di questa), mi capita più che mai di trovare refrigerio all’ombra di una frasca, con il mio fedele kindle o con il tablet in mano, a leggicchiare qui e là.

Leggo libri, giornali, blog. E quindi, come orami sta diventando tradizione, mi sono detto che bisognava assolutamente scassare i minchioni ai miei amici blogger, chiedendo e offrendo un nuovo terno ferragostano. Tre post, di meno sono pochi, di più sono troppi. Fate conto che io non conosca il vostro blog e consigliatemi tre post che secondo voi valga la pena leggere. Quelli dimenticati dal tempo, ma che da soli valgono il tempo che voi avete speso per scriverli e che noi spenderemo per leggere. E se li ho già letti pazienza.

Io vi propongo un post scioglilingua Ode cacofonica, un post similfiabesco Posso uccidere il Ciciarampa ed uno minchionfilosofico Elogio della bruttezza.

Mi raccomando, partecipate numerosi!

Consigli di lettura non richiesti. 17/Manook – Guthrie

Avete caldo? Anche io. E con questo caldo bisogna bere molto, ma evitare gli alcolici, che se ci pensate un po’ è una contraddizione in termini. Come dire, mangiate, ma evitate pasta, carne, pesce, affettati, formaggi…Meno male che c’è sempre un modo per fuggire, almeno con la fantasia, leggendo un buon libro! In effetti l’estate è il tempo più propizio per leggere ed io sono un po’ ritardo con i miei consueti consigli non richiesti. Quindi bando alle minchionerie e andiamo di corsa a dare due consigli davvero imperdibili.

Il primo ci porta nei grandi orizzonti della frontiera per eccellenza, il mito che più di altri ha influenzato generazioni di lettori e di amanti del cinema: il selvaggio west, di indiani e cow boy, un paesaggio che, almeno per me, non è solo un luogo quanto una condizione mentale. A. B. Guthrie con il suo Il grande cielo, ci proietta negli Stati Uniti della prima metà dell’800, in posti selvaggi, senza confini dove per la prima volta si incontravano la civiltà dei pionieri e quella degli indiani. Un incontro che spesso diventa scontro, ma che fa nascere anche storie di amori e di amicizie profonde.

Il secondo consiglio riguarda invece uno scenario totalmente diverso e per me anche inedito. Il francese Ian Manook, con le avventure del commissario Yeruldelgger narrate in Morte nella steppa ci porta fra gli squallidi sobborghi di Ulan Bator e le sterminate steppe della Mongolia. Un poliziesco anomalo, molto crudo, che combina insieme efferati delitti, questioni razziali e l’ambientazione magica dei nomadi mongoli. Una lettura davvero affascinante che mi ha catturato dall’inizio alla fine e mi ha portato subito a leggere anche il seguito della storia nell’altrettanto imperdibile Tempi selvaggi. Il terzo capitolo della trilogia è ancora inedito in Italia, ma dovrebbe uscire all’inizio del 2018. Il fatto poi di aver inserito due turisti italiani “con la maglia della Lazio” in un bar di Ulan Bator, voi capite, che mi fa inserire Manook nella lista dei miei autori preferiti!

Buona lettura!

La sindrome di Achille

In questi giorni mi tornava in mente Achille. Avete presente Achille? Quello invincibile, il più forte di tutti. Un solo punto debole, il tallone. E lui che fa? Va in battaglia con i sandali. Ma allora sei scemo. Mettiti gli stivali, no! Vuoi fare il fico, vuoi far vedere che tu non hai paura del tuo punto debole? Sei scemo due volte!

Noi dovremmo aver cura dei nostri punti deboli. Dovremmo coccolarli, sono come bambini piccoli, hanno bisogno di protezione. Invece  no! Abbiamo la sindrome di Achille. Più sono deboli, più li esponiamo ai pericoli. Sembra che lo facciamo apposta. Facciamo finta di proteggerli, pensiamo di nasconderli, ma poi il risultato è esattamente il contrario. E invece di difenderli li mettiamo in bella mostra.

Forse abbiamo paura di difenderli perché ci vergognamo di loro, preferiremmo che sparissero, che svegliandoci una mattina non ci fossero più. Invece dovremmo volergli bene. Questo fanno le persone che ci amano: vogliono bene ai nostri punti deboli, li difendono, non li disprezzano, non li mettono in piazza. Hanno cura di loro.

And when the tempest is raging
I want you to know got a friend that’s true
Just like a shelter, in a time of storm
I’ll see you through, that’s what I’ll do

I’ll see you through your bad times
I’ll see you through your fears
I’ll see you through your hang ups
Honey I’ll dry all your tears