Piccoli gesti di inconsapevole ottimismo

E sarà che è venerdì sera, sarà che Lele ha fatto un goal da paura e ora siamo in finale (ma quanto sta diventando forte mio figlio? Ho qualche difficoltà ad ammetterlo, ma devo dire che a parità di età è nettamente più forte di me) ma la riflessione di stasera mi tocca personalmente. Siamo inguaribili ottimisti. E’ quello che ci frega, o forse che ci salva. Anche quelli che dicono “mai una gioia”, che si ritengono gli sfigati di turno, anche loro in fondo compiono atti di inconsapevole ottimismo. Anche quelli che non si aspettano più nulla dalla vita o dalle altre persone, anche loro però lavano la macchina ignorando le previsioni del tempo, incuranti dei tanti pennuti che svolazzano liberi nelle nostre città (altro che i passerotti di una volta, avete presente la quantità di cacca che è capace di fare un gabbiano? E scusate se ho detto quantità).

Anche loro comprano Gratta&Vinci e grattano, grattano, ma non vincono mai (se non quei premi minori che inducono la dipendenza, perché ti portano a prendere un altro tagliando a e continuare così). Che trovare un Gratta&Vinci milionario è come trovare un pagliaio dentro un cammello. No è come infilare un ago nella cruna di un cammello. No, neanche così, va be’ però avete capito. Ci vuole abilità, ma anche una bella botta di culo non guasterebbe.

Ma è proprio questa botta di culo la grande assente nelle nostre giornate. La grande assente, ma nello stesso tempo, la tanto auspicata. Come quelli che si ostinano a mettersi in macchina il sabato mattina per andare al mare (chissà partendo a quest’ora magari non c’è fila), oppure quelli che partecipano alle riunioni di condominio, nella recondita speranza che ci siano ancora un filo di ragionevolezza nei vicini. Che poi trovare ragionevolezza nei vicini è un po’ come andare a Notre Dame e sperare di incontrare il gobbo, oppure andare nella piazza di Velletri e pensare di incontrare Fracazzo.

Poi ci sono quelli che danno fiducia. In fondo sì, va be’, sembrerebbe un po’ stronzo, ha atteggiamenti da stronzo, dice cose da stronzo, si veste come uno stronzo, ha quell’aria da stronzo, però in fondo se lo conosci bene, se hai la pazienza di andare al di là delle apparenze, se lo aspetti e gli dai i suoi tempi, alla fine scopri che in realtà è proprio uno stronzo. Però tu gli dai un’altra possibilità. Perché speri sempre che gli altri ti sorprendano. Il mio regno per una sorpresa!

Vorrei, ma non posso. Non ci credo, però ci spero. Capita a tutti, perché a me mai? Queste sono un po’ le considerazioni che facciamo tutti noi incorreggibili ottimisti. Poi c’è anche chi scavalca a sinistra, come si diceva un tempo. Chi va al di là, chi non ha paura di oltrepassare i confini e andare oltre, gettando il cuore oltre l’ostacolo. C’è qualcuno che addirittura, perfino, financo pensa di fare un accordo elettorale con i 5 Stelle. E allora va be’, vale tutto.

 

L’imbarazzo della scelta (che è sempre meglio della scelta imbarazzante)

Anyway the Wind blows, doesn’t really matter to me, to me.

Sei lì, frastornato e indeciso, sballottato nell’oceano dell’esistenza, fra i marosi di un mare tempestoso, chi corre da una parte, chi da un’altra, hai tante opzioni davanti a te, perché in fondo questa è la vita, tante possibilità, nessuna particolarmente attraente, altrimenti la scelta sarebbe facile, a volte ti lasci andare alla corrente, a volte vuoi fare l’originale, quello che scelgono tutti di solito è la strada più comoda, ma anche la più affollata, le alternative sono sempre un rischio, può dirti bene, ma può anche dirti malissimo, potrai vantarti di aver colto quell’unica possibilità che nessuno era riuscito a valutare, ma potresti anche pentirtene amaramente nell’immediato futuro, con quell’amarezza inconsolabile e quello strano sapore che ti rimane in bocca, perché poi è difficile capire, è difficile valutare, la forma è importante, l’occhio vuole la sua parte, ma poi è la sostanza quello che conta, chi sta lì di fronte a te non si sbilancia, è chiaro, sei tu, solamente tu padrone del tuo destino, una scelta esclude l’altra e poi magari eri partito con un’idea in testa e invece di fronte alla realtà dei fatti sei costretto a cambiare, hai fatto i tuoi progetti, hai pensato ai giorni trascorsi a quelli di fronte a te, ti eri programmato, però lo sai gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e non puoi mai sapere quel che troverai di fronte, per questo dovresti sempre essere pronto ed avere delle alternative, un piano B che ti faccia superare l’empasse, tutto questo però in modo rapido, perché lo sai, il tempo è tiranno e non ti lascia la possibilità di indugiare, puoi prepararti finché vuoi, ma poi al momento della scelta sei lì, da solo, di fronte al tuo destino, devi fare presto, osservi, valuti, giudichi e poi ti lanci:

  • Va be’ mi dia i fagiolini ripassati
  • Nooo, per carità! Li ho presi ieri, fanno veramente cagare, lascia perdere. Meglio le patate lesse

Eh! Gli amici….ma come faremmo senza?

Il contapassi secondo me è femmina

I cellulari hanno cambiato il nostro stile di vita. Hanno accorciato le distanze, dilatato i tempi e le possibilità, creato nuovi stili di vita e ci hanno reso dipendenti da tutta una serie di dati, informazioni, notizie di cui ora non potremmo più fare a meno, ma di cui fino a qualche anno fa neanche conoscevamo l’esistenza.

Insieme a tante possibilità obiettivamente utili, hanno arricchito (si fa per dire) le nostre giornate anche di tutta una serie di nuove preoccupazioni: quando andiamo in un posto potremmo ritrovarci a chiedere, “ma c’è campo?” oppure “la carica della batteria sarà sufficiente?”. Mai però avrei pensato di avere la curiosità di sapere quanti passi avevo fatto in quel giorno!

Perché forse voi non lo sapete, ma il nostro cellulare ci misura: il battito cardiaco, i passi giornalieri, la distanza percorsa, le calorie bruciate, il tempo di attività e quello di inattività. Non oso immaginare i più che sicuri futuri aggiornamenti in materia: probabilmente riusciremo a misurarci il colesterolo o la glicemia e un domani chissà, grazie al cellulare sapremo lo stato di salute della nostra prostata!

Ma quello che volevo dire è un’altra cosa. Questo sistema di controllo si azzera ogni giorno e riparte. Ieri hai camminato due ore? Bravo, ma oggi riparti da zero. Oggi sei stato stravaccato sul divano tutto il giorno? Tranquillo, domani potrai farti valere e raggiungere il tuo obiettivo giornaliero. La cancellazione del traguardo raggiunto e insieme la remissione dei peccati commessi può essere allo stesso tempo liberatorio o frustrante. Ma in fondo è una sorta di metafora della vita, volendo potremmo quasi considerarla una sorta di filosofia, un modo di affrontare la giornata. E fin qui tutto bene.

In realtà, lungi dal dimenticare, lui, il nostro inquietante compagno di vita, evidentemente carico di estrogeni peggio di una squadra di nuoto sinconizzato, tiene traccia di tutto. Fa finta di azzerare, ma in realtà non si scorda di niente! Anzi, mantiene in memoria ogni dettaglio, come la tua dolce metà che si ricorda com’era vestita tua cognata al matrimonio della figlia della sorella! Quanti giorni hai raggiunto l’obiettivo, quante volte hai toppato, il tuo traguardo massimo, la giornata migliore e quando meno te lo aspetti, tira fuori la statistica:

Negli ultimi quattordici giorni hai superato l’obiettivo dei passi giornalieri 13 volte, il 92%. Puoi fare meglio

Posso fare meglio? Ma come posso fare meglio? Ma mica sono un maratoneta! Insomma, come dice il vecchio proverbio, la mattina non importa se tua sia leone o gazzella, se stai nella giungla o in mezzo al mare. Non importa nemmeno se correrai come Husain Bolt o camminerai come Mosè nel deserto. In ogni caso, dai retta a me, qualche volta spegni il cellulare!

Razzista a mia insaputa (ma in buona compagnia)

Stasera avevo proprio voglia di scrivere un post minchione. Sarà che il venerdì sera è sempre toda joya toda beleza, sarà che a fine mese ci pagano l’MBO (l’unica ragione per cui valga la pena farsi 40 km in mezzo al traffico della capitale 5 giorni alla settimana, 20 giorni al mese, 11 mesi l’anno), sarà che ho scoperto un cabernet niente male, sarà che Ai migliori anni c’è Alan Sorrenti sempre uguale con la sua voce da ricchione che canta le stesse canzoni di quando ero molto gggiovane, mi andava proprio di abbandonarmi a qualche argomento di infimo livello culturale tipo il lancio delle caccole, la puzza di ascelle o una gara di rutti. Ma come faccio a non commentare le frasi di Deboruccia nostra?

Deboruccia nostra sarebbe la Serracchiani. Che, con le sue dichiarazioni, ha sollevato un casino che metà bastava. E che cosa ha detto di così sconvolgente? Che uno stupro commesso da profughi sarebbe più odioso di uno stupro qualsiasi. Apriti cielo! Ecco il razzismo insito nella sinistra, il PD che rincorre la Lega, lo dicevo io che so tutti fasci…dotti, medici e sapienti si sono lanciati in profonde analisi politiche.

E forse hanno anche ragione. Ma sapete che c’è? Io sono assolutamente d’accordo con lei. In effetti già in questo post mi interrogavo sul fatto alla fin fine, il mio odio per qualsiasi forma razzismo non sia poi così indenne da colpe, perché l’integrazione è difficile e la totale identificazione con l’altro, con tutto il suo bagaglio di diversità, non è affatto banale o scontato.

Dunque devo arrendermi al fatto di essere un razzista latente, un intollerante a mia insaputa? Per fortuna ho amici molto più saggi di me. E soprattutto molto più istruiti. Ad esempio il mio amico Mauro. Che mi ha ricordato che il nostro padre Dante inserisce i “traditori degli ospiti” nel XXXIII canto dell’ Inferno (il penultimo) e i “traditori dei benefattori” nel XXXIV (l’ultimo) mettendoli in bocca a Lucifero, considerandoli fra tutti come i peccati peggiori, i più gravi e i più odiosi che si possano commettere. Chissà, forse era razzista anche lui. Magari a sua insaputa.

Stamattina in ufficio ho liberato l’uccello

Sono soddisfazioni. Grandi soddisfazioni. Arrivo in ufficio il lunedì mattina, ancora un po’ assonnato, un bel po’ scoglionato, dopo essermi sciroppato quella consueta oretta in mezzo al traffico della capitale, apro la porta della stanza e lui è lì, piccolo ed impaurito che saltella di qua e di là senza una meta, sembra quasi non riuscire a volare. Debbo assolutamente ricordarmi di chiudere le finestre quando vado via la sera.

Chissà da quanto era lì (non credo molto perché non mi ha lasciato “ricordini” in giro). Ovviamente era terrorizzato e non si lasciava prendere, da solo non avrebbe mai ritrovato la via d’uscita. Allora quatto quatto lemme lemme con molta pazienza e circospezione, gli ho infilato un foglio sotto le zampette, l’ho sollevato ad altezza finestra e sono riuscito ad indicargli la strada per la salvezza. Ci si è buttato a capofitto, ha fatto un paio di volteggi proprio di fronte e poi è sparito all’orizzonte. In fondo non era poi così difficile.

E pensare che io sono  qui da oltre quindici anni e non ci sono ancora riuscito…

Già che sei in piedi, lavi anche la frutta? Ovvero, fenomenologia dell’orgoglione

Può succedere a volte che ci si senta pieni di entusiasmo e di voglia di fare. Sono fasi transitorie, a volte basta il tempo del passaggio di una nuvola, conti fino a dieci e volano via. A volte però questa voglia si fa inspiegabilmente ed irrazionalmente insistente. Diventa quasi un bisogno fisico. Come una specie di irrefrenabile prurito, la voglia di fare prende il sopravvento. E tu non puoi non seguirla.

Può capitare che questa voglia si mascheri sotto mentite spoglie come un qualcosa di conveniente. Pensi che sia una buona idea e ti lanci. La professoressa chiede chi vuole farsi interrogare e tu alzi la mano, convinto di essere preparatissimo. In ufficio il capo chiede chi vuole coprire il turno della sera e tu ti fai avanti sperando così di fare carriera. Pensi ad un tornaconto. Vuoi fare bella impressione.

Altre volte invece la maschera che assume è quella dell’alto ideale. Vuoi dare di te un’idea diversa. Vuoi fare l’eroe, partire volontario al fronte contro il nemico, vuoi dimostrare, prima di tutto a te stesso, che non sei lì a fare calcoli di piccolo cabotaggio, che non hai paura di esporti, di metterti davanti agli altri, faccia a faccia con le difficoltà. O forse vuoi fare colpo con quella del primo banco (la più carina, la più cretina, cretino tu…). Ecco, aveva ragione Venditti! Cretino tu!

Ma chi te lo fa fare! Ma cosa vai a pensare! Tanto quella lì, non te la dà lo stesso. E poi lo sai che succede? Quando dai un dito ti prendono un braccio. Quando per una volta ti rendi disponibile, la prossima la daranno per scontata. Ma soprattutto, quando hai fatto trenta ti chiederanno trentuno. Ci sarà sempre un uno in più da fare.

Ecco perché non devi pensare alle conseguenze. Vuoi fare una cosa? Falla. Ma senza pensare a nulla in cambio. E non ti credere che qualcuno ti dirà bravo. Anzi! Sarà praticamente certo che supererai quel labile confine che c’è fra il buono e l’ingenuo, fra il disponibile e il cojone. Almeno sii un cojone consapevole di quello che fa, anzi orgoglioso di quello che fa. Un orgoglione.

E se per caso, in mezzo alla cena ti alzi da tavola per prendere l’acqua, sta tranquillo che qualcuno, mentre stai per sederti nuovamente, dirà con finta nonchalance “già che sei in piedi, perché non lavi anche la frutta?

Ancora in Tv, ma non dovevi non andarci più?

Ma un bel discorsetto sull’appercezione trascendentale kantiana? Un approfondimento sulla riduzione eidetica in Husserl? Altrimenti potevo raccontare qualche episodio divertente su Rose. Magari potrei provare a far passare quei venti minuti parlando dell’evoluzione del reggae nel giovane Bob Marley. Oppure potrei mettervi in guardia sugli effetti deleteri del Pandoro, per chi soffre di aerofagia.

Ma niente, vogliono parlare di uffici postali. Io non lo so proprio questa fissazione di parlare di cose noiose. Ma chi se le guarda? Comunque, se proprio non avete nulla di meglio da fare, stasera intorno alle 22 e 30 su Rai Tre, potrete farvi due risate alle spalle del vostro viaggiatore ermeneutico, che nelle vesti di un novello Benjamin Malaussene proverà a tranquillizzare torme di consumatori inferociti.

Ma se invece ce la giocassimo a subbuteo? No eh? Va be’, io c’ho provato.