Lanciatori di coriandoli uniamoci!

Passano gli anni e tante cose non sono più quelle di una volta. Si cambia, si evolve. Ma fra le tante cose che non cambiano, una cosa che non tradisce, è il mio fisico da lanciatore di coriandoli. Basta uno sbalzo di temperatura, il giusto mix tra primi caldi e repentine rinfrescate ed eccomi qui con qualche linea di febbre a tossire come un vecchio tabagista, con la gola in fiamme e il naso più otturato di un lavandino rotto.

Eppure qualcosa in realtà è cambiato, perché in effetti, se c’è una cosa che rimpiango dell’infanzia, è quello stato di sospensione del mondo che entrava in vigore a casa mia appena il mercurio superava la soglia del 37. Neanche a dirlo, il giudice supremo che decretava questo stato di cose era mia madre. Mio fratello ed io eravamo esentati da qualsiasi cosa. Anzi, eravamo costretti a letto, da dove potevamo alzarci esclusivamente per andare in bagno (anche se a dire il vero ho raccapriccianti ricordi di vasini in stanza….). Persino i pasti si svolgevano a letto grazie a uno scomodissimo vassoio che inevitabilmente lasciava le lenzuola pieno di briciole e altri resti vari.

Giornate passate a leggere fumetti dalla mattina alla sera, scandite da rituali sempre uguali. E finché la febbre non spariva pensare di rimettersi in piedi era assolutamente impensabile. La cosa più terribile però era la notte, perché inevitabilmente facevo lo stesso incubo. Un castello in montagna ed io che correvo inseguito da chissà cosa o chissà chi e poi precipitavo nel vuoto. Risvegliarsi nel proprio letto a quel punto era la sensazione più bella del mondo.

Fanciulle care, è inutile che ora rompete le scatole ed ironizzate sul fatto che un 37 e 1 a noi maschietti ci lascia dolenti neanche avessimo scalato l’Everest in costume da bagno. La colpa è la vostra! Prima ci abituate così, poi che pretendete?

And I’m on my way, I still remember
Those old country lanes
When we did not know the answers
And I miss the way you make me feel, it’s real
We watched the sunset over the castle on the hill
Over the castle on the hill
Over the castle on the hill

Era meglio Peter Gabriel o Robert Plant?

“Fino alla fine, ci giurammo amicizia eterna, sulle strade secondarie, nascondendoci sulle strade secondarie…”

Trent’anni sono una giusta distanza. Il tempo è davvero un grande medico, che cura le ferite, ma soprattutto cristallizza i sentimenti, aiutando a dimenticare i ricordi che fanno male, restituendo invece intatti quelli più belli. Almeno per me funziona così. Come dice il mio saggio amico Pank, ogni cosa è illuminata all’interno della memoria. Ci sono stati anni che questo 21 gennaio era un incubo: il giorno più brutto dell’anno. Il dolore, il senso di colpa, la sensazione di impotenza. Un mix venefico di tristezza nera e acidità che dalla stomaco arrivava al cervello.

Ora non è più così. Non so perché, non so come sia successo. Forse semplicemente sono riuscito a fare pace con me stesso. E quindi anche con te. Forse perché ora ho dei figli quasi di quell’età, forse perché ho capito ormai che certe cose non si possono capire, fatto sta che non sono più arrabbiato. Non sono più arrabbiato con me stesso per quello che avrei potuto/voluto/dovuto fare o dire. Non sono più arrabbiato con te per quello che hai fatto, per quello che non mi hai detto, banalmente per non avermi chiesto aiuto. Non ho più nemmeno quell’energia di per sé positiva, che mi dava la forza per andare avanti, per affermare che tu eri nel torto ed io avevo ragione, che tu avevi sbagliato tutto ed io te lo avrei dimostrato con la mia vita. Anche quella non c’è più. Non voglio e non devo dimostrarti nulla. Vorrei solo riaverti qui.

Vorrei averti qui per ricominciare una delle nostre lunghe disquisizioni musicali (una ve l’ho già raccontata qui a proposito dei Beatles). Come quella notte in cui stavamo lì, ubriachi di sonno, a sentire alternativamente i Led Zeppelin ed i Genesis, per cercare di dimostrare l’uno a l’altro chi fosse la voce del rock tra Peter Gabriel e Robert Plant (per la cronaca, continuo a pensare che Gabriel sia inarrivabile, ma tu ora continuerai a dire il contrario). Eh sì. Di musica eri un grande esperto.

Molto meno di motori. Un’altra cosa che ci accomunava. Ricordo un pomeriggio che andammo a prendere un gelato al bar del tennis, al Foro Italico, con Federica e Ale. Come spesso accadeva la già ricordata 127 decise di non ripartire. “Proviamo a spingere!“……”ma com’è che non parte, eppure quando lo facciamo con papà funziona“. E meno male che, non ricordo chi delle fanciulle, ci disse che se non avessimo ingranato la seconda, con la macchina in folle, avremmo potuto continuare a spingerla dallo stadio fino a Tor di Quinto! Non capivamo nulla di macchine e motori. Eppure ne abbiamo percorse di strade secondarie e molte altre ne faremo ancora. Ciao indimenticabile amico.

We swore forever friends on the backstreets until the end. Hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets…”

 

Di 127 celestine, confronti fra quindicenni e versioni di greco

Mi fa impressione pensare che in realtà sono nato in un’altra epoca. Guardo mio figlio a 15 anni e ripenso all’estate dell’81, quando avevo io la sua età. Eravamo andati in vacanza ad Alassio: per la prima (ed anche unica) volta i miei avevano abbandonato la comodità del litorale romano per avventurarsi in un posto completamente diverso. Con la nostra 127 celestina ci mettemmo in cammino lungo l’Aurelia in un viaggio che non finiva mai. In quel mese di agosto, oltre a godere il mare, girammo molto, visitando da Genova a Ventimiglia, tutto quello che c’era da vedere.

Staccammo da tutto. Quei 500 km da Roma era come se ci avessero portati in un’altra dimensione, lontana da ogni cosa o persona della nostra quotidianità. Per un mese non sentii nessuno, amici, parenti, conoscenti. Forse un po’ mi mancavano, ma era così, un dato di fatto. Ora mio figlio chatta con i suoi amici di classe, si vede su Skipe con quelli del mare e condivide su FB le giocate che fa alla PS con gente che neanche conosce. 35 anni fa chi avrebbe mai pensato che si potesse essere in contatto quotidiano con qualcuno d’altra parte del mondo? Che avremmo potuto condividere con filmati e foto le nostre giornate, raccontando ogni singola emozione?

Nell’estate dell’81 c’era stato da poco l’attentato al Papa, l’anno prima l’URSS aveva invaso l’Afghanistan e c’era stato il boicottaggio delle Olimpiadi, la guerra fredda rischiava di diventare calda da un momento all’altro. Cosa avremmo detto se ci avessero detto che trent’anni dopo il comunismo non esisteva più e noi avremmo avuto paura dei mussulmani? Che i nostri anziani sarebbero stati assistiti da un esercito di polacche o rumene e che interi quartieri delle nostre città sarebbero stati pieni di negozi cinesi?

Cominciavano a prendere piede le prime televisioni private, mezza Italia era stata inchiodata in una diretta TV interminabile quando un povero bambino era caduto dentro un pozzo a Vermicino. Come avremmo reagito se ci avessero detto che avremmo avuto a disposizione informazioni, testi, immagini, in tempo reale su qualsiasi argomento? E se ci avessero detto che avremmo avuto centinaia di canali TV, liberi e a pagamento, tematici e generici?

Sempre qualche mese prima il referendum sull’aborto aveva mandato un chiaro segnale verso un’Italia sempre più laica. Ma chi avrebbe pensato che avremmo avuto matrimoni fra persone dello stesso sesso, che avrebbero avuto tranquillamente anche dei figli?

Le Brigate Rosse stavano per essere spazzate via, la contestazione aveva fatto il suo tempo, arrivava l’epoca dell’edonismo reaganiano. Ma se ci avessero detto che Grillo, sì, quel comico che faceva “Te la do io l’America” avrebbe guidato il primo partito d’Italia, che sarebbe stato l’avversario di una cosa che riuniva insieme la Dc, il Pci, il Psi e tutti gli altri partiti esistenti, chi ci avrebbe creduto? Chi avrebbe creduto che una parte d’Italia avrebbe chiesto la secessione?

Sono passati solo 35 anni, ma il mondo è cambiato più di quanto non fosse successo nei duecento anni precedenti. Lo strappo che ha creato internet e la rete è paragonabile forse alla scoperta del fuoco o all’invenzione della ruota. Cosa è rimasto uguale? Già una volta mi ero divertito a trovare le 10 cose che non cambieranno mai, ma rispetto al 1981 cosa posso dire sia rimasto invariato? Se Lele avesse fatto il classico starebbe traducendo il greco usando il Rocci. Appena può corre a tirare calci ad un pallone. Il Boss fa concerti che durano 4 ore. Nella carbonara non ci va né l’aglio, né la cipolla. Poco altro. Però chissà, se avessi ancora la 127 celestina, un salto ad Alassio ce lo farei volentieri un’altra volta.

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Come se avessi ancora diciassette anni

Looking from the outside in, some things never change. Hey hey I’m a million miles away. Funny how it seems like yesterday… All those fake celebrities and all those viscous queens. All the stupid papers and the stupid magazines. Sweet dreams are made of anything, that gets you in the scene. And it feels like I’m 17 again. Feels like I’m 17.  Again

Quando ti ricapiterà più…di uscire di casa senza soldi? Di aspettare l’autobus alle due di notte? Di non poter esprimere la tua opinione politica con il voto? Di avere così tanto tempo libero da non saper quasi cosa fare?

In realtà mentre li vivi (se anche non mi ricordassi bene l’estate dell’84, li rivedo oggi in te), ti sembra di soffrire di una continua mancanza di qualcosa. Ti sembra di avere a disposizione tutto il mondo, ma di non avere la possibilità concreta di raggiungere niente. Sei in una continua tensione fra il già ed il non ancora. Hai un’ansia dentro, una voglio di correre, di bruciare le tappe, di arrivare a domani, come non ce l’avrai più in vita tua.

Rivendendoli ora però quelle domande iniziali potrebbero essere rivoltate in tutt’altro significato. Quando mai ti ricapiterà più…di divertirti pur non avendo soldi? Di avere una fiducia un po’ imprudente e un po’ sconsiderata, che ti fa aspettare il 60 notturno alle due di notte? Di credere così passionalmente e così incondizionatamente in qualche ideale politico? Di avere un’estate di 4 mesi di vacanza?

Per questo vorrei dirti di viverteli fino in fondo, principessa mia. Di non lasciarti sfuggire fra le mani questi momenti, perché, anche se certe cose non cambieranno mai, anche se ci saranno sempre traguardi da raggiungere e buoni motivi per svegliarsi presto, questi spazi aperti e queste possibilità infinite non torneranno più. Per fortuna o purtroppo, chi lo sa.

 

Back to the Future. I 10 motivi per tornare nel 1985

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Ma chissà che delusione per Marty e Doc, partiti dal 1985 con la mitica DeLorean, in viaggio nel futuro, ritrovarsi in questo 2015! Perché, sì è vero, rispetto a trent’anni fa oggi abbiamo tante cose in più, la vita si è arricchita, si è allungata, si è facilitata. La rete ha annullato le distanze, prima i cellulari, poi internet hanno creato quel villagio globale che ci permette di dialogare tranquillamente con il famoso aborigeno australiano. E però, diciamocela tutta, potevamo fare meglio!

Allora, a parte il fatto che avevo 19 anni (che già di per sé questo basterebbe per prendere la DeLorean di quei due e tornarsene indietro), ho trovato dieci buoni motivi per essere delusi del 2015 e tornare al 1985.

Partiamo dai trasporti cittadini. Trent’anni fa i miei lavoravano all’Eur e noi abitavamo a Montesacro, dall’altra parte di Roma. Tempo di percorrenza media un’ora. Oggi io lavoro all’Eur e abito a Montesacro, tempo di percorrenza medio un’ora. Nel frattempo la tangenziale è stata collegata all’Olimpica, sono state create due gallerie nuove, il Gra è stato allargato con la terza corsia, un trenino urbano funziona anche abbastanza bene, la metro B ha una nuova diramazione e da pochi mesi hanno aperto la C. Ma non c’è niente da fare, Roma resta una città bella, bellissima, la più bella di tutte. Da venirci come turista.

In politica, uno che arrivasse qui oggi dall’85 farebbe fatica ad orientarsi: DC, PCI, PSI, PLI, PRI, MSI…Cazzaniga, nun te regghe più! Tutti morti e sepolti. Il guaio è che anche i nuovi non reggiamo più. Ma soprattutto, come Doc allora si meravigliava che era diventato presidente USA un attore di film western, pensate come si stupirebbe ora vedendo un cabarettista che ha aspirazioni da premier.

Sul cibo è una vera e propria tragedia. L’influenza aviaria, la mucca pazza, il merluzzo con il mercurio, le salsicce sono cancerogene (anche se io, a dire il vero, non le ho mai fumate), il salame fa venire i brufoli (va be’ quello anche trent’anni fa). Però, io dico, ma sul serio l’unica salvezza possibile è mangiare lattuga, carote e farro? Il tofu e il seitan sono il solo possibile futuro?

E restiamo in tema. Possibile che con tutte queste scoperte, con tutti questi scienziati, in questi trent’anni non si è ancora trovata una cura contro il cancro? Non doveva essere una, anzi, la priorità assoluta? Siamo sicuri che ad esempio, era proprio necessario perdere tempo con Saddam Hussein, Bin Ladem e i Talebani? Era davvero necessario finanziare le ricerche sulla coltivazione di alghe marine o mandare i satelliti su Marte?

Forse il cancro era troppo difficile. Ma almeno qualcosa contro l’alitosi e la puzza di ascelle? Niente eh! Va be’, ma allora ditelo!

In fatto di calcio si è avverato uno dei miei incubi peggiori. La seconda squadra della capitale in mano a dei paperoni americani. E lascia stare che essendo americani, sono anche un po’ farlocchi e per il momento si sono limitati a buttare soldi dalla finestra. Ma questi sono più ricchi del monopoli: dai e dai temo che prima o poi ci azzeccheranno. E allora la nostra già bistrattata città sarà in mano all’orda dei barbari .

In fatto di moda ha ragione Verdone. In questi trent’anni “se li semo tajati, se li semo allungati, l’avemo arricciati, l’avemo stirati, ma che ce dovemo più inventa’?” Effettivamente però, lo shatush, farsi i capelli a strisce colorate, ancora non l’avevamo visto. E avremmo preferito continuare a non vederlo.

In televisione abbiamo il grande fratello, gli amici di Maria de Filippi, c’è posta per te, uomini e donne, la prova del cuoco…devo continuare? Aridatece “quelli della notte”!!!

Sulla musica che dire? Nell’85 il concerto più bello a cui sarei potuto andare era quello del Boss. Oggi invece è esattamente lo stessa cosa.

Insomma, in questi trent’anni il progresso ha cambiato le nostre vite, ma non al punto da stravolgerle. Perché ha cambiato le cose, ma non le emozioni. E vorrei vedere le facce di Marty e Doc, atterrati qui nel 2015, speranzosi in macchine volanti, teletrasporto e chissà quali altri grandi invenzioni della scienza, scoprire che l’ultima meraviglia della tecnica sono dei bastoni di alluminio per farsi le foto da soli.

Anche loro avrebbero concordato che era meglio tornare nell’85!

 

 

Tua la Prinz senza ritorno. Ovvero, il post nostalgia

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Ci sono tanti modi per stabilire l’età delle persone. L’aspetto fisico, certamente: il colore dei capelli (chi ancora ce li ha!), le rughe in viso o sulle mani. Poi c’è il modo di vestire, la scelta di un capo piuttosto che un altro. Arrivato alla soglia dei 50 (oddio come suona male questa cosa), un’età in cui una volta eri assolutamente adulto, (oggi pure, solo che ancora non lo sappiamo o facciamo finta), mi fanno molto sorridere i tentativi di chi pensa di ingannare la carta d’identità tingendosi i capelli, tirandosi un po’ qua e un po’ là,  vestendosi in modo improbabile.

Ma al di là di ogni possibile trucco, al di là di ogni finzione, di ogni apparenza, ci sono cose che ci inchiodano e ci identificano in modo inequivocabile. Noi diversamente giovani quasi cinquantenni di oggi facciamo cose apparentemente inspiegabili, diciamo espressioni oggettivamente strane, che solo noi capiamo.

Noi che abbiamo sulla spalla quella specie di bubbone, risalente alla vaccinazione contro il vaiolo (ma sul serio non volete vaccinare i vostri figli per contrastare le lobby farmaceutiche? E ditemi, avete paura anche delle scie chimiche? E degli UFO?). Altro che lobby farmaceutiche! A noi ci marchiavano come i vitelli! ma anche noi avevamo le nostre leggende metropolitane: alzi la mano chi non ha sentito la storiella dell’amico che aveva avuto una struggente notte d’amore con una passionaria bomba sexy, che alla mattina si era dileguata lasciando nello specchio del bagno l’inequivocabile scritta “welcome to the Aids world“: è vero ti dico, me l’ha raccontata mio cugino! Perché ai nostri tempi i cugini erano importanti. E anche le cugine, a dire il vero.

Noi se incontriamo qualcuno che si è appena tagliato i capelli ancora oggi sentiamo una specie di bisogno fisico  di dargli un bel “colletto” (ovvero una sberla sul collo “nudo” ed esposto agli elementi dopo il taglio). E quando qualcuno compie gli anni abbiamo un impeto irresistibile a tirargli le orecchie.

Noi e solo noi possiamo nominare i munghi. Questo finché c’era ancora qualcuno che diceva “e chi so’ i munghi?” e tutti in coro si rispondeva “so’ li …zzi così lunghi“. Che spesso si diceva fossero amici di Eros: “e chi è Eros?” e il coro rispondeva “il …zzo coi camperos“. Ecco, mia figlia diciassettenne neanche sa cosa sono i camperos. I munghi indicavano problemi insorgenti, situazioni complicate da affrontare oppure persone particolarmente brave o comunque capaci di svolgere particolari attività. E ho detto tutto.

Noi di fronte ad una scelta difficile possiamo esclamare convinti “ma che c’ho scritto Joe Condor”? Espressione che  arriva dritta dritta da Carosello, mitica trasmissione di quando eravamo piccoli. C’era questo personaggio, a cartone animato, che combinava casini a non finire, veniva preso in castagna e diceva questa frase che su per giù voleva dire “mica so’ un cojone!” e per questo veniva poi utilizzata per indicare cosa non si doveva fare, ciò che mai e poi mai avremmo fatto, nemmeno sotto tortura.

Noi che quando passava qualcuno in motorino, ovviamente un Boxer o un Sì, rigorosamente blu, urlavamo dai facci una pinna! La pinna o impennata si faceva alzando il motorino e quindi riuscendo a camminare solamente con la ruota davanti. Solo i più bravi, quelli con maggiore dimestichezza con il mezzo, riuscivano. E più a lungo si riusciva ad andare con una sola ruota, più si dimostrava la propria bravura. Al contrario, non c’era niente di più esilarante di chi ci provava e poi finiva per terra!

Ma soprattutto noi che se per caso passava quella fatidica macchina, magari di colore verdino, ci precipitavamo addosso al primo malcapitato, tirandogli una sberla sulle spalle, urlando “Tua la Prinz senza ritorno!!!” Infatti,  se dicevi solo “tua“, l’altro poteva restituirtela. Era oggettivamente brutta e in più, la voce del popolo diceva che portasse jella. Per essere brutta era brutta. Ma non più brutta di tanti altri modelli, tipici di quegli anni, Qualcuno dice che in realtà la fama iettatoria derivasse dal fatto che avendo il serbatoio davanti ed il motore dietro in caso di incidente diventasse molto più pericolosa di altre macchine.

Ma chissà! In ogni caso, cari coetanei e soprattutto splendide coetanee: lasciate stare i trucchi, buttate nel secchio le creme e le tinture. Rivendichiamo la nostra storia, le nostre stranezze, i nostri miti. Indossiamo le Clarks, imbracciamo una tolfa, continuiamo a ballare la nostra musica e lasciamo stare i vari “scialla” o “bella pe’ te” ai pischelli di oggi. Perché tanto non saranno mai fichi, né tanto meno sexy quanto lo eravamo noi!

E tu chi vuoi essere?

Incontriamo nella nostra vita persone che anche senza parlare ci interrogano. Colpiscono la nostra mente, il nostro cuore, le nostre viscere. Sono persone di cui potremmo innamorarci oppure di cui potremmo avere paura, perché mineranno le nostre sicurezze, i nostri modi di pensare, il nostro rapporto con il mondo. Per come affrontano la vita, per come non hanno paura del dolore, per quanto sanno ascoltare, per la fiducia e la speranza che ripongono nel futuro. Perché non fanno sconti, non scendono a compromessi. E perché ci costringono ad interrogarci, mettendoci davanti ad uno specchio, chiedendoci “tu chi vuoi essere? Cosa vuoi fare della tua vita?”

Mi ricordo una spiaggia di Anzio, un gruppo di ragazzi spensierati, acciambellati intorno ad un fuoco. Mi ricordo che qualcuno tirò fuori una chitarra e un ragazzo gentile ed ironico, con gli occhi del colore del cielo, cominciò. Cominciò e noi sperammo che non smettesse più, mentre una dopo l’altra suonò Tunnel of Love, Romeo & Juliet e poi le altre, fino a Hand in Hand. Tutta la prima facciata di Making Movies, l’album dei Dire Straits che la puntina del piatto del mio stereo aveva praticamente consumato quell’inverno.

Quel ragazzo era speciale, non bisognava essere un genio per capirlo. Come speciale era la ragazza con cui stava insieme. La loro storia non poteva non diventare speciale, anche se sono certo che entrambi sarebbero d’accordo nel non definirla così. Ma forse aveva ragione Dalla a dire che oggi l’impresa eccezionale è essere normale. Una storia eccezionale allora, che sfida il tempo e che parla oggi come allora e ti dice che il tempo passa e ci cambia: cambia le persone, cambia le storie, cambia tutto. Tranne l’essenziale. Perché l’amore vero esige eternità. Profonda, profonda eternità.