Anch’io sono un ipocrita

La mia amica Chiara ha fatto outing. E’ un’ipocrita. E mi ha convinto al punto che non posso non essere d’accordo con lei e non posso quindi non fare anch’io un autodenuncia, confessando le mie ipocrisie.

Sono un ipocrita ambientale, faccio la raccolta differenziata, ma poi vado in ufficio in macchina invece di usare i mezzi pubblici. Sono un ipocrita in politica, perché parlo male di tutti, ma impegnarmi personalmente per cambiare le cose mi costa una fatica immane. Sono un ipocrita come cattolico, per un milione di motivi, ma soprattutto perché accetto di vivere e di far vivere i miei figli nei privilegi economici, nati certamente dalla fatica e dal lavoro, ma anche da ingiustizie sociali che solo una bella bugia mi fa dire non dipendere da me.

Sono un ipocrita con chi non sopporto, perché mi trattengo, perché le buone maniere e l’educazione a volte fanno dire e fare cose contrarie a quelle che uno pensa. D’altra parte chi non si trattiene dal mandare catarticamente affanculo tutti gli approfittatori, i leccaculi, gli imbecilli, i maleducati, i prepotenti che si incontrano tutti i giorni?

Ma sono un ipocrita anche con chi amo, perché tendo a proteggere e a scusare troppo, al di là forse di quanto sarebbe opportuno. Sono un ipocrita quando sbuffo e impreco, quando dico di no e poi so già che sarà sì, perché non so dire di no. Sono un ipocrita quando metto condizioni che so già che non rispetterò. Quando il tempo di un caffè diventa una vita intera. Ma chi è che non prova a farsi una faccia allegra anche nelle giornate storte? Chi non dice (prima di tutto a se stesso) delle belle bugie per nascondere delle brutte verità?

Penso che ognuno di noi combatta una battaglia più o meno quotidiana fra l’essere ed il voler essere, tra quello che è e “quello che vede in lui il proprio cane” (cit.). In questo senso forse anche lo sforzo di migliorarsi, il nascondere le ombre ed il provare a mettere in evidenza le luci potrebbe essere considerato un’ipocrisia. Ma del resto, se non possiamo diventare migliori, non dovremmo almeno cercare di diventare la migliore versione di quello che siamo?

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Della stessa sostanza dei sogni

Il volto di un amico che non senti più, quella foto in cui quasi non ti riconosci, il primo bacio di cui non riesci a ricordare i lineamenti, il suo profumo che ti restava nella pelle, quella canzone che non riuscivi a smettere di ascoltare, le carezze del tuo cane che veniva a far compagnia alla tua malinconia, i titoli di coda di quel film che ti fermavi a rivedere un’altra volta e un’altra e un’altra ancora.

L’entrata del garage di quella strada dove aspettavi che il giorno diventasse notte, la paura di non riuscire a passare quella prova, il senso di liberazione e l’orizzonte aperto dopo che l’avevi superata. Le gioie e i traguardi, le delusioni e le arrabbiature, le ansie e le speranze, le attese e le dimenticanze.

Per dire quello che siamo non basta rimettere insieme tutti i pezzi di noi. Per dire quello che siamo servirebbe raccogliere anche quello che non siamo stati, ma saremmo potuti essere. Servirebbe anche recuperare tutto ciò che siamo stati e non siamo più. Perché quello che ci tiene insieme non sono solo tessuti, fibre, composti chimici. Ci tengono insieme le emozioni, il sentire, il sognare, tutto ciò che in realtà continua far parte di noi, perché ha fatto sì che siamo diventati quello che siamo. Tutto ciò che pensavamo di aver dimenticato, tutto ciò che pensavamo di aver perduto. Ma che non perderemo mai. Davvero anche noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

E improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto. E io ti sento amore, ti sento nel mio cuore, stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai. Che non avevi perso mai, che non avevi perso mai.”

Scusate, avete visto per caso Jatzia?

Che buffo mondo la blogosfera! Più di un social, meno della realtà. Ti dà la possibilità di mettere in piazza quel che ti passa per la mente, come fosse una lavagna appesa in una piazza. E proprio perché sta in una piazza chiunque passa di lì, può leggere, ma anche scrivere sotto un commento. Può dare una virile pacca sulla spalla all’autore o lasciargli una dolce carezza (lo so sono all’antica. Dai maschi accetto pacche virili e dalle fanciulle dolci carezze). Così almeno interpreto i “mi piace” lasciati dai lettori.

Più di un social perché lo spazio è maggiore, dà la possibilità di esprimere in modo più chiaro i nostri pensieri, di approfondire gli argomenti, cosa che normalmente nei social è difficile fare. A differenza dei social poi non bisogna essere “amici”: bastano semplici conoscenti o anche illustri sconosciuti. Il profilo FB è il giardino di casa, il blog, appunto, la piazza.

Meno della realtà, perché alla fine dei conti, puoi esprimere al meglio quello che ti passa per la mente, ma certo mancherà sempre la fisicità del contatto reale, tutto rimarrà appeso come un vento di primavera. Non meno autentico, ma certamente non esattamente concreto. E infatti, molto più che su un profilo FB, qui nella blogosfera ci si può nascondere dietro una maschera. Che a volte serve ad esprimere con più libertà quello che siamo realmente, a volte può servire per giocare, liberandoci dalle inibizioni che ci bloccano nella quotidianità. E così magari conosciamo meglio dei perfetti sconosciuti di quanto sappiamo dei nostri vicini di casa o di colleghi di ufficio che vediamo tutti i giorni.

Io mi presento qui con il mio nome e la mia faccia. Ma forse solo perché non ho abbastanza fantasia per crearmi una maschera credibile. O forse solo perché sono troppo pigro per pensarla e poi realizzarla in forma coerente. Certamente non per una scelta valoriale. Chi riesce a crearsi un personaggio qui dentro ha tutta la mia ammirazione! E alcuni “personaggi” sono talmente ben riusciti, che ci si affeziona, ci si diventa amici, senza sapere che faccia abbiano, il loro nome, da dove vengano. Perché pur non sapendo nulla di loro, in fondo li conosciamo bene, quasi fossimo davvero amici.

Ma proprio perché è una piazza aperta, c’è anche chi passa senza lasciar traccia, chi legge e passa oltre. E come in tutte le cose, fra i quasi amici e i lettori di passaggio, fra le più varie tipologie di frequentatori del blog, ci sono anche dei frequentatori abituali che però rimangono anonimi. Mai un commento, nessun profilo per dare qualche informazione, solo una traccia del loro passaggio. Come qualcuno che passa per la piazza, si ferma per un aperitivo al volo e poi scappa via, senza dire una parola, avvolti nella loro aria di mistero. Sai che c’è, ma non sai nient’altro di più.

Ecco, questo per me è stata/o Jatzia: una lettrice (o lettore?) che ha lasciato un “mi piace” per mesi a qualsiasi cosa io scrivessi nel blog. Senza un commento, senza una foto per capire chi fosse. E poi è sparita/o. Ma questa è la libertà infinita di questo spazio. Nessun vincolo, nessun obbligo, nessun legame. Eh sì, è proprio buffa la blogosfera. Ma è bella soprattutto per questo.

Siamo soli

“….Come un sole e una stella, siamo luce che cade dagli occhi”

A volta è proprio una sfumatura. Anche solo un accento, chiuso o aperto, può cambiare tutto. Le parole spesso hanno significati ambigui, possono dire tutto ed il contrario di tutto. Lo sapevano già i latini: una virgola messa prima o dopo una parola, può stravolgere il significato di una frase. A volte l’ambiguità la cancelli solo se metti per iscritto il tuo pensiero, perché se lo dici solo a voce mantiene mille significati diversi. Come quelle cose che si leggono su FB: meglio vivere d’istinti e di istanti che distinti e distanti.

Ma a volte si arriva al paradosso, che sia che lo leggi, sia che lo scrivi, sia che metti una virgola, sia che non la metti, quello che dici può essere frainteso, può essere interpretato in un modo o in un altro. Chi decide allora? Ma è ovvio. Decidiamo noi! Perché alla fin fine, da noi dipende come vogliamo essere, come vogliamo vivere, cosa vogliamo raggiungere, quali sono i sogni che vogliamo realizzare. E gli altri c’entrano e non c’entrano. Non c’entrano perché la decisione ultima è la nostra e invece c’entrano perché qualsiasi cosa decidiamo avrà delle conseguenze su chi ci sta introno.

Dipende da noi quindi se vogliamo essere soli, oppure essere soli. Se vogliamo essere soli come un cane o soli come una stella.

Spingendo un elefante su per le scale

A volte facciamo cose senza senso. E perché le facciamo? Forse perchè all’inizio sembravano fichissime e sembrava che un senso ce l’avessero. Magari nascosto, magari che sarebbe venuto fuori col tempo. Oppure perché ognuno di noi è un po’ Don Chichotte e lottare contro i mulini a vento ci piace un casino. Perché saranno anche mulini a vento però vuoi mettere correre a per di fiato con la lancia dritta contro il bersaglio e corri, corri…ma ‘ndo cazzo corri?

Facciamo cose senza senso perché le abbiamo sempre fatte. O forse perché altri le hanno sempre fatte prima di noi. E siccome abbiamo visto altri farle, ci è sembrato giusto proseguire nella scia. Il problema è il tempo che passa, che non è una variabile indipendente. Magari quando le facevano gli altri quelle cose un senso ce l’avevano. Un senso che ora non esiste più. E noi come quei Giapponesi negli atolli del Pacifico continuiamo la nostra guerra contro un nemico che non esite più.

A volte continuiamo a fare cose senza senso semplicemente per non ammettere che stiamo facendo una cazzata. La costanza nell’errore è un male generalizzato. Molto spesso, troppo spesso, chiamiamo coerenza quella che è semplice testardaggine: la dote dei somari.

Perché come i somari ci impuntiamo senza motivo e ci rifiutiamo di andare avanti. Tutto intorno a noi ci dice che sarebbe meglio procedere, che voltare pagina non è solo utile, ma anche sano. Il problema, come sempre, è che siamo bravissimi a capire le cose senza senso che fanno gli altri…Ma ora vi lascio. Devo ancora riportare al piano di sopra l’elefante. In ascensore non c’entra, mi toccherà rifare le scale.

I’m pushing an elephant up the stairs
I’m tossing up punchlines that were never there
Over my shoulder a piano falls
Crashing to the ground

Frugando nelle tasche

Ogni sera a frugare nelle tasche del vestito, tirando fuori sempre le stesse cose, ma anche oggetti inaspettati, nascosti e dimenticati lì negli angoli più lontani. Oggetti preziosi, che hanno avuto un peso, un’importanza che poi è evaporata via nei giorni che passano lenti o negli anni che volavano veloci. In quelle tasche ci sono i tuoi oggetti quotidiani con la loro presenza costante, silenziosa o illuminata, ma sempre rassicurante, come un percorso noto, di cui conosci l’inizio e la fine.

Ma proprio per questo ti ritrovi stupito a chiederti come ci sia finito, in quelle stesse tasche, quell’oggetto lì, che non ricordavi più di avere, che forse ti stupisci di aver mai avuto, tanto è ormai distante da te. Al punto da chiederti se sei stato davvero tu ad infilarlo nelle tasche o non sia stato piuttosto lo scherzo di un bambino dispettoso, che annoiato durante un lungo pranzo di famiglia si è divertito a mettere oggetti strani nelle tasche dei vestiti dei commensali.

Rigiri fra le mani quel che trovi nelle tasche, come quell’album con un fenicottero rosa in copertina che avevi comprato in un pomeriggio di sole da Ricordi a via del Corso. E ti ritrovi a ridere da solo, ripensando a quel pomeriggio e a quel tipo che somigliava tanto a un personaggio di Verdone che ti aveva attaccato un bottone parlando di cose inutili e noiose e alla fine, per divincolarti e fuggire via, avevi fatto finta di essere tedesco e avevi tirato fuori dalle tasche quel vocabolarietto italiano tedesco. Ma come c’era finito nelle tasche?

Ah sì, studiavi il tedesco o almeno ci provavi, perché ti eri invaghito di quella fanciulla teutonica con gli occhi verdi come una foresta illuminata dalla luna. Ma è possibile quindi che dentro quelle tasche ci trovi anche un pezzo di luna?

Forse è proprio così. Perché in realtà non stavi frugando nelle tasche, ma dentro i tuoi ricordi.

Speranza e nostalgia

C’è sempre qualcuno che sceglie di restare, quando tutti se ne vanno e qualcuno che sceglie di andarsene sul più bello, quando tutti restano. Perché alla fine di fondo ci sono sempre buoni motivi per rimanere e altrettanti per muoversi e ogni volta che scegliamo siamo convinti di guadagnare o comunque di non perdere qualcosa.

Come quel giocatore che ha vinto la prima manche e deve decidere se ritirarsi dal gioco o rilanciare, rimanere coerenti a se stessi o cambiare strada è sempre una scommessa. Perché qualsiasi scelta facciamo dobbiamo essere consapevoli che comunque sia il tempo passa e il mondo intorno a noi cambia, quindi anche scegliere di restare non ci libera dai cambiamenti. Né dagli sforzi, perché ci si può lasciare andare, trascinati dalla corrente o si può decidere di rimanere, contrastando la corrente con tutte le forze.

A volte invece restare o andare è una questione di tempi: come essere in anticipo o in ritardo. A volte non siamo noi a scegliere, ma è il tempo che sceglie per noi. Quando tutto si ferma intorno e noi diventiamo inutili ed incompresi precursori oppure al contrario quando tutto comincia a correre in maniera vorticosa e ci lascia inesorabili ed imperdonabili ritardatari.

Ma sia che scegliamo la coerenza dello status quo, sia che optiamo per la novità del cambiamento, una sola cosa è sempre inutile e deleteria: rimpiangere la scelta fatta. La nostalgia per quel che avrebbe potuto essere e non è stato è la vera malattia mortale, che avvelena ogni scelta. Restare o cambiare quindi alla fine forse non è neanche l’alternativa determinante. La vera determinante è amare la propria scelta o rimpiangere la scelta non fatta. La vera alternativa è fra la nostalgia di quel che non è stato e la speranza di aver fatto la scelta giusta.