51 Montesacro tutto cominciava

Chissà come sarebbe stata la storia se non fossi nato qui, all’ombra del Cuppolone. Se non fossi cresciuto nel quartiere più bello, più fintamente snob e più autenticamente amabile della città più bella del mondo.

E chissà se non mi fossi innamorato di Tex, se non fossi stato della Lazio, se non avessi inseguito le nuvole, se non avessi amato i sentieri delle montagne, i profumi del vino, il ritmo del rock, l’adrenalina che ti dà il tirare calci ad un pallone.

Chissà se avessi preferito il chi o il cosa, il quando o il dove. Chissà come sarebbe stata se non avessi scelto sempre il perché. Chissà se avessi preferito l’oggettività nei giudizi, invece della presunzione dell’essere di parte. Se non mi fossi intenerito di fronte all’affetto smisurato ed incondizionato dei cani e non mi fossi emozionato di fronte a una puntata di Grey’s Anantomy.

Chissà se fossi stato intonato, se avessi saputo parlare le lingue, se avessi imparato a nuotare, se non avessi avuto paura delle analisi del sangue, se mi fosse piaciuto il latte. Se avessi imparato a dire di no. Se fossi stato un po’ più coerente e un po’ meno fedele.

Chissà se non ci fosse stata Ale. Questa però è la cosa fra tutte che riesco ad immaginare di meno.

Insomma, sarei potuto essere un altro. Invece eccomi qui. Da 51 anni, su per giù sempre lo stesso. Grazie ai miei compagni di viaggio, a chi c’è oggi e chi c’era da ieri, a chi c’è sempre stato e a chi continuerà a starci. Il viaggio continua!

 

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Tra il dire e il fare

Tra il dire e il fare. Quante volte ve lo siete sentiti dire? Quante volte questa divaricazione voleva essere la saggia linea di demarcazione tra i nostri desideri e la realtà? Tra i buoni propositi e le cocenti delusione? Tra la conferma delle promesse e il loro inevitabile tradimento? Il confine tra le grandi aspettative di chi guarda avanti e i “te l’avevo detto” e gli “io lo sapevo” di chi si volta indietro.

Che poi che vorrebbe dire? Fai quel che dico non quel che faccio? E allora? Almeno qualcuno che dice le cose giuste ci dovrà pur essere. Poi lascia stare se le fa o no. Stai a guardare i dettagli. Intanto te l’ha dette, ti pare poco? In fondo come è sopravvissuto per duemila anni il cristianesimo? Certo, per lo Spirito Santo. Sicuramente grazie al sangue dei martiri. Ma io, francamente lo Spirito Santo in 50 anni di vita quante volte l’ho incontrato? E quanti martiri ho conosciuto? Invece ho incontrato qualche uomo di buona volontà, che diceva cose giuste. Sul metterle in pratica possiamo discuterne, ma almeno sapeva dire con chiarezza quello che era giusto fare. Come sempre, tra il dire e il fare.

C’è di mezzo il mare, ci dice il proverbio. Ma quale mare poi? Un mare di guai? Il mar dei Sargassi, quello dei quattro pirati che andavano su una zattera fatta di assi? Il mare d’inverno che è come un film in bianco e nero visto alla tv? Un mare in tempesta o un mare calmo come una tavola? Un mar piccolo come quello di Taranto, dove ci stanno le cozze pelose? O un mare grande come un oceano da attraversare per arrivare fino alle Indie che poi si rivelano essere l’America e tu la scopri e trecento anni dopo quei coglioni fanno diventare Donald belli capelli l’uomo più potente del mondo?

Be’ allora sapete che vi dico? Fanculo i proverbi. Fanculo il mare, fanculo soprattutto belli capelli. Il dire diventa fare quando le possibilità diventano realtà. Ma se la distanza tra il dire e il fare ti spaventa al punto da non farti più dire, al punto da non farti più fare, ricordati che ogni giorno ha le sue possibilità e sta a te tramutarle in realtà. Dipende da te e solo da te, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”. E nient’altro. Fino a prova contraria.

You sit on a swing in the dark with a girl, and she tells you she wanted to kiss you, and you know the worst part of a good day is hearing yourself say goodbye to one more possibility day. It goes on and on

Il piano B

Il piano B è il paracadute, la banconota da 50 euro per le emergenze, la strada alternativa che tieni per te, la via di fuga se i progetti non vanno come dovrebbero, la pallottola che non sparerai mai. A meno ché non sarai proprio costretto. Perché, sarà anche il paracadute, ma alle volte il piano B è il salto nel vuoto. E chi salterebbe se non fosse proprio obbligato?

Il piano B è la vacanza a casa dei tuoi, quando è esaurito dappertutto, ma tu hai bisogno di staccare per il fine settimana. Perché il piano B è spesso l’usato sicuro, la via già percorsa, è il programma che sai già cosa ti porterà, è l’amico che chiami all’ultimo minuto, quello un po’ noioso, brontolone, ma che non dice mai di no, che qualsiasi cosa proponi lui c’è. Il piano B è la serata restiamo a casa, pizza e dvd, magari a vedere il Compagno B di Stanlio & Ollio per la milionesima volta.

Il piano B non va confuso con il lato B. Anche se, a dir la verità, ne ho conosciuto che di faccia per carità, sembravano le sorelle di Cenerentola, ma in compenso con un gran bel…va be’, non divaghiamo.

Il piano B è la soluzione ai tuoi fallimenti, le delusioni, le sconfitte. Sì hai perso, hai sbagliato, ti è andata male, hai perso l’occasione della vita, la svolta che poteva cambiare il destino. Ma tu hai il piano B. Allora fanculo alla jella, al destino cinico e baro, agli stronzi di ogni ordine e grado. Potrà anche essere girata male, ma che me ne importa? Io ho il piano B.

Il piano A è la via scontata, quella legata alla ragione, ha il buon senso che lo guida, è la strada di chi ha ragione. Il piano B invece è la risposta agli imprevisti, è la strada di chi aveva torto, ma se n’è accorto in tempo, prima di fare disastri veri e quindi ne è uscito alla grande. E’ il navigatore che ricalcola il percorso e ti fa evitare la strada intasata.

Il piano B è la vita che non finisce di stupirci, perché ha sempre un’altra soluzione. E quasi sempre è migliore della prima.

L’elenco dei sogni

C’è chi sogna a colori, ma poi si accontenta di un vecchio film in bianco e nero. C’è chi sogna di cambiare il mondo e chi di farsi ricrescere i capelli. C’è chi sogna il grande amore e chi di non sentire più dolore, chi sogna l’evasione, ma con tutte le porte aperte ha paura di fuggire. C’è chi sogna un’altra storia e chi un’altra geografia, perché ci sono sempre nuovi luoghi da scoprire, soprattutto nelle menti che non mentono.

C’è chi sogna ad occhi aperti, ma tiene le orecchie chiuse. C’è chi sogna la rivoluzione e poi si infiamma solo allo stadio. C’è chi sogna di vincere alla lotteria poi però non compra mai neanche un biglietto. C’è chi non sogna più, ma sotto sotto ci spera ancora. C’è chi sogna di trovare un filone d’oro e parte per il Klondike.

C’è chi sogna il successo e chi sogna l’oblio e c’è pure chi sogna ma non lo dice perché si vergogna. Qualcuno resta fedele, qualcuno cambia sogno, ma c’è anche qualcuno che insegue i sogni degli altri, perché ha esaurito i suoi. C’è chi sogna di volare, ma soffre di vertigini e chi sogna così forte che poi gli esce sangue dal naso.

Io sogno di vederti felice. Cosa ci sarebbe di più bello da sognare?

Put your hands in my hands and come with me, we’ll find another end. And my head, and my head on anyone’s shoulder, ‘cause I can’t be with you.

L’eterno ritorno dell’uguale

Ritorna l’ora legale e la prima sensazione di freddo la mattina, quando ti accorgi che le gonne si allungano e le giornate si accorciano, lasciandoti un senso di spossatezza e le nostalgia delle vacanze, a metà fra i ricordi di quelle passate e la voglia di programmare quelle future.

Ritornano i commenti sdegnati dei giornalai populisti, che prendono posizione su fatti che non conoscono, generalizzano situazioni, ragionano per pregiudizi e violentano la verità dei fatti per avvalorare le loro tesi preconfezionate.

Ritorna il traffico del lunedì mattina e poi quello del martedì, che si unisce a quello del mercoledì, che si aggiunge a quello del giovedì, che trova il suo tripudio nel venerdì, in cui c’è sciopero dei mezzi pubblici, altrimenti questi poveri sindacalisti come fanno a farsi il week end in pace? Per fortuna che però ritornano anche le domeniche ecologiche, utilissime come un ombrello in una giornata di sole, così sì che il clima si preserva e la qualità dell’aria migliora.

Ritornano le discussioni senza fine e senza senso dei politici di qualsiasi colore e qualsiasi bandiera, vuote e prive di significato quasi quanto quelle sul calcio, anzi forse rigori e fuorigioco hanno pure un certo valore se paragonate alla vaccate dei no euro, no vaccini, scie chimiche e federalismi vari.

Ritorna la voglia insopprimibile degli italiani di andare dietro al pifferaio magico di turno, meglio se ottimista e con la battuta pronta, che risolve i problemi e promette l’avvento dell’era del bengodi, venghino signori venghino.

Per interrompere l’eterno ritorno dell’uguale ci vorrebbe una qualche meraviglia, un’azione a sorpresa, inaspettata, coraggiosa e folle al tempo stesso. Come un sole di mezzanotte, la Nomentana sgombera, un giornalista con la schiena dritta, un politico che non fa promesse vane e sa quello che dice, il Benevento che vince lo scudetto. E’ chiedere troppo? Temo di sì. Per fortuna però, ritorna anche il vino novello e così anche questo novembre diventa un po’ più sopportabile.

Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo raggio di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!” (F. Nietzsche – La Gaia Scienza)

#MeToo o dell’Araba Fenice

Se una ragazza, vuole di sera andare sola per strada, non lo può fare, non è corretto che non sia accompagnata. Andare sola per la città e non c’è niente di male, ma una ragazza chissà perché, questo non lo può fare. Andare sola, per la città, mi sembra un fatto normale, ma una ragazza, chissà perché questo non lo può fare. E’ un incantesimo strano, che la colpisce da sempre, mentre il duemila, non è più tanto lontano. Tutte le sere rinchiusa in casa, ma questa volta ha deciso e vuole andare per la città sola col suo sorriso. Sola per strada col suo sorriso e chi può farle del male se ci saranno mille ragazze che la vorranno imitare…(Edoardo Bennato)

Così cantava oltre trent’anni fa il buon Edoardo. E sarà perché sono nato e cresciuto in una famiglia matriarcale, dove le donne erano (ma forse dovrei dire sono) le depositarie ultime delle scelte e delle decisioni. Sarà che – come dice una persona che mi conosce abbastanza bene – la mia parte femminile è abbastanza consistente. Sarà che io ho paura del sangue che mi esce se per caso mi faccio un taglietto la mattina con il rasoio, mentre voi – come un’Araba Fenice che risorge dalle proprie ceneri – avete una volta al mese un’emorragia e ogni volta ne uscite indenni e più agguerrite di prima.

Saranno queste e molte altre cose, ma io continuo a rimanere senza parole di fronte a quello che si legge. Che parecchi uomini pensino alle donne come una loro proprietà o semplicemente come una “cosa” di cui disporre a proprio piacimento non è una novità. Ma non può passare ancora come un’ovvietà, come una cosa inevitabile, vecchia come il mondo, come il fatto che la pioggia bagna. Come scrive prima e meglio di me la bravissima Povna, sottolineare che la pioggia bagna, anche poco, anche involontariamente (forse), ma sempre, in ogni occasione, dev’essere un imperativo categorico. Dev’essere la madre di tutte le guerre, perché è probabilmente la causa e l’origine di tutte le altre guerre.

Non a caso parlo della madre di tutte le guerre. Perché fino a prova contraria, ognuno di noi ha avuto una madre. E allora, amiche, sorelle, compagne di strada e di avventura, ricordiamoci noi maschietti, ma soprattutto voi, che tutto nasce da lì. Perché l’uomo di oggi, è il bambino di ieri. E ogni bambino diventa uomo in base a quello che ha visto, sentito, interiorizzato, a quello che gli stava intorno. Se volete uscire per strada sole con il vostro sorriso, dipende da quante ragazze vorranno farlo. Noi possiamo aiutarvi certo, possiamo darvi una mano, ma il grosso dipende da voi.

Katia, ci fai o ci sei?

Sta spopolando nel web questo video creato artigianalmente da alcuni impiegati di una filiale di Intesasanpaolo. Il mio amico pank lo ha commentato in questo post attribuendo delle grandi responsabilità all’azienda in questione, che avrebbe chiesto ai suoi dipendenti questa prestazione extra a scopo promozionale.

Non so se sia andata così, anzi ne dubito fortemente. Come già molti lettori sanno lavoro anche io in una grande azienda e anche da noi non è così insolito che i dipendenti si organizzino per realizzare sketch o video ad uso interno (che poi inevitabilmente finiscono in rete). Qui di seguito un fulgido esempio…

Se non altro il nostro fa ridere. Quello di prima no. Non fa ridere per niente, perché non ha nulla di autoironico: vorrebbe chissà, convincere qualche cliente riottoso ad affidare i propri risparmi a questi amorevoli ed appassionati dipendenti bancari. O forse vorrebbe convincere i dirigenti della banca che possono fare affidamento su questa filiale per raggiungere chissà quali risultati.

Mentre Pank appunto, se la prende con l’azienda, che avrebbe in maniera più o meno subdola, spinto i suoi dipendenti a questa figuraccia mediatica, io penso invece che il tutto sia nato dalla fervida fantasia di questa direttrice. La mia venticinquennale esperienza all’interno di grandi aziende mi fa pensare infatti che la tizia in questione non stesse affatto recitando. Insomma, venendo alla domanda del titolo, lei in realtà, non ci fa. Ci è! La sua identificazione con l’azienda è autentica. Il ché non so se sia un’attenuante o un’aggravante, ma sono quasi certo che questa Katia Ghirardi creda veramente in quello che dice e nessuno l’ha costretta a dire o a fare qualcosa di diverso.

Ho incontrato spessissimo nella mia esperienza lavorativa persone come questa povera Katia. Che poi, povera perché? Perché la sta perculeggiando il web intero? Forse invece lei è persino contenta. Si sta immolando per la sua causa, sta dimostrando a tutti quanto davvero ci tiene. Resta da capire quanto questa cosa faccia bene all’azienda e quanto faccia bene a lei. Fa bene all’azienda avere esecutori acritici, tifosi appassionati piuttosto che teste pensanti? Ma delle aziende alla fine, sti cazzi. Chiediamoci soprattutto se fa bene a noi perdere la distanza fra quello che siamo e quello che facciamo.

Perché questa mi sembra la cosa più importante di tutta questa vicenda. In questo periodo incerto, in cui le relazioni si fanno complicate, i rapporti sempre più spesso quasi inevitabilmente si fermano alla superfice, in cui si vince la solitudine nelle piazze virtuali dei social, in cui le grandi ideologie sono belle che tramontate, la necessità di trovare un’identità perduta può arrivare a farci pensare che valga la pena spendere la propria vita per il lavoro.

Non so chi sia in realtà questa Katia. Se abbia una famiglia, un marito, dei figli, un cane. Non so i suoi hobby, le sue passioni, quali libri legga, che musica ascolti, se ama il sesso tantrico o preferisce curare il giardino. Non so quali viaggi abbia fatto, quali sogni avesse da ragazzina, quante volte si è ubriacata con gli amici e quand’è stata l’ultima volta che si è innamorata. In ogni caso, cara Katia, vorrei dirti che vali molto di più. Molto, molto di più.