Resoconto semiserio (ovvero minchione) di 7 giorni a Minorca

Chi l’ha detto che per andare d’amore e d’accordo bisogna avere gli stessi gusti? A volte è vero proprio il contrario. Se io preferisco la coscia e tu il petto, sicuramente ci divideremo il pollo in maniera molto più semplice. Ad esempio la mia dolce metà ed io sono trent’anni che stiamo insieme e ancora riusciamo a non essere d’accordo praticamente su nulla. Per me fa sempre troppo caldo, per lei fa sempre troppo freddo. Noi non siamo mai d’accordo su nulla. Io preferisco la montagna, lei il mare. Lei è sedentaria, io odio stare fermo in un posto. Io mi alzo sempre presto, lei quando può adora rimanere a letto. Insomma, noi discutiamo su tutto. Poi lei ha ragione e quindi andiamo avanti.

Scherzi a parte, una delle diatribe che da sempre ci appassiona riguarda le vacanze. Quest’anno siamo riusciti a trovare una sintesi. Vacanza al mare, ma da turisti. Tappa prescelta l’isola verde, Minorca!

Diciamo subito una cosa. Minorca è bellissima. Se non fosse per la quantità smisurata di italiani che ci si incontra sarebbe quasi un paradiso! Immaginate il mare della Sardegna, con l’organizzazione della riviera romagnola e l’educazione civica degli altroatesini. Il tutto con dei prezzi circa la metà di quelli che si trovano da noi. E così capisci perché ci siano così tanti compatrioti.

L’isola ha due coste completamente differenti: quella a sud è più turistica, con spiagge più lunghe ed attrezzate, quella a nord è più selvaggia, sempre spazzata dal vento (ma quello anche a sud), con poche spiagge accessibili. Sono bellissime entrambe, ma se volete fare un po’ di mare tradizionale e amate un po’ di vita notturna, senza dubbio il sud ha più alternative.

L’ideale sarebbe girarla tutta seguendo i Camin de Cavalls: dei sentieri che circumnavigano l’isola, complessivamente lunghi 180 km, che possono essere fatti a cavallo, in bicicletta o anche a piedi. Infatti l’isola ha delle coste molto frastagliate e per raggiungere le spiagge più belle bisogna comunque fare qualche bella passeggiata. Ma ne vale sempre la pena, perché i paesaggi sono in stile caraibico.

Qualche spiaggia del sud

Cala Galdana

Cala Mitjana

Cala Macarella

Per il nord va assolutamente vista Cala Pregonda

Noi abbiamo affittato una bella villa vicino Ciutadella, sulla costa ovest, (mentre l’altra città, Mao, dove c’è anche l’aeroporto è, sulla costa est) quindi abbiamo girato di più quella zona, che però penso sia anche la più bella dell’isola. Ogni giorno cambiavamo spiaggia, a volte anche due al giorno. E così poi ci siamo lasciati la possibilità di tornarci per vedere l’altro versante!

Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 3 – l’itinerario

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Noi non siamo fortunati con le partenze! Come già ci successe nel nostro viaggio a Londra, arrivati a Fiumicino scopriamo che il volo è stato spostato di cinque ore: invece di arrivare alle 23, arriveremo all’Avana alle 4 del mattino. Perderemo qualche ora di sonno, ma se non altro il programma resta inalterato. Il volo Blu Panorama è lungo, noioso, scomodissimo, ma senza sorprese. L’unica paura me la prendo ogni volta che il cubano chiattone seduto avanti a me abbassa lo schienale, perché potrebbe sembrare a tutti gli effetti un approccio erotico. Il problema vero è che quando sei in aereo il tempo non vola…va be’, non lo dico più.

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Comunque tra una lettura sulla rivoluzione cubana, una biografia del Che, l’ultimo di Lansdale, un tentativo di sonnellino, un pasto improbabile, le dieci ore e tre quarti passano e finalmente arriviamo. Quelli che sembrano non arrivare sono i bagagli. Non so a voi, ma a me il nastro trasportatore ogni volta mette un po’ d’ansia. Penso sempre che il mio bagaglio si sia smaterializzato chissà dove e quindi, ogni volta che poi compare – rigorosamente fra gli ultimi – mi sembra come se avessi vinto alla lotteria. O come se lui (il bagaglio) avesse superato chissà quale prova. Come se avesse passato un duro esame e come si fa con i figli, mi verrebbe da gridare: “Eccolo è lui! Guardate quant’è stato bravo, ce l’ha fatta anche stavolta!”

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Insomma, recuperati i bagagli, superati i controlli di rito, abbiamo incontrato la nostra guida ed il nostro autista, Giuliano, di cui vi ho già parlato e Semir che nel tragitto verso l’albergo ci spiegano le varie tappe del nostro tour. Soprattutto Giuliano parla bene l’italiano, ha amici e parenti qui da noi e poi ci racconta che da sempre gli italiani sono i turisti più numerosi, forse solo recentemente superati dai tedeschi (che infatti incontreremo in ogni tappa). Dopo un paio d’ore di sonno ed una doccia abbiamo fatto il tour dell’Avana: la mattina la città vecchia, le 4 grandi piazze dov’è ben presente l’impronta della dominazione spagnola e quella dei moti di liberazione tra fine ottocento ed inizio novecento. Poi i luoghi di Hemingway, i bar, i ristoranti, gli alberghi con sue foto un po’ ovunque. Dopo un passaggio in una distilleria di Rum nel pomeriggio giro nella città nuova, con i luoghi della rivoluzione ed immagini del “Che” in tutte le salse.

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Il secondo giorno dedicato al sigaro, altra icona dell’isola. Prendiamo la Autopistas di cui vi ho già raccontato e dopo due ore di guida arriviamo a Pinar del Rio dove visitiamo una fabbrica del tabacco. Per il pranzo ci spostiamo a Vinales, dove c’è la riproduzione di graffiti preistorici: una cosa un po’ kitch, ma comunque scenografica. Nel pomeriggio visitiamo una piantagione di tabacco e poi rientriamo all’Avana. Serata dedicata al Buena Vista Social Club con l’orchestra di scatenati vecchietti e giovani ballerine e mojito come se piovesse. Tra l’altro qui è molto meno alcolico rispetto a quanto siamo abituati, ma sarà la menta, sarà lo zucchero di canna, sarà il Rum, mi sembra decisamente più saporito di quello che beviamo noi.

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Terzo giorno, lasciamo l’Avana e riprendiamo l’autopistas stavolta per andare verso est. Mattinata alla famosa Baia dei Porci, dove stava per scoppiare la terza guerra mondiale. Visitiamo un parco naturale con i coccodrilli e poi con un’improbabile barchetta giriamo per vari isolotti in un ambiente paludoso molto suggestivo visitando la ricostruzione di un villaggio indoamericano. Dei primi abitanti dell’isola non esiste più alcuna traccia perché furono sterminati dagli spagnoli nel giro di una cinquantina d’anni dopo l’arrivo di Colombo sull’isola. Nel pomeriggio arriviamo a Cenfuegos, graziosa cittadina di mare, molto più pulita ed ordinata della altre città visitate (è famosa per essere “la linda”), con la particolarità di avere diversi edifici in stile francese, a causa della presenza di un numerosa comunità emigrata qui nel 1700.

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Il quarto giorno è dedicato a Trinidad, la città museo, rimasta pressoché inalterata così come la fondarono gli spagnoli. Visitiamo la città, girovagando per i suoi vicoletti, la cattedrale ed anche un inquietante tempio della Santeria, un culto di origine africana ancora diffuso nell’isola. All’ora di pranzo l’immancabile, travolgente flusso degli studenti, con le loro divise colorate a seconda del ciclo di studi: rosso granata per le elementari, giallo ocra per le medie, azzurro per le superiori. Dopo pranzo visitiamo la bottega di un vasaio e poi una torre fatta costruire nel nulla da un signorotto spagnolo del 700, per vincere una gara e conquistare il cuore di una fanciulla. Il nostro albergo si trova sul mare: una sorta di villaggio all-inclusive dove riusciamo anche a fare un salto in spiaggia per il primo bagno nel Mar dei Caraibi!

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Ma il clou marino è il giorno seguente: due ore di navigazione sul Katamarano per arrivare su un isolotto in mezzo all’oceano, Cayo Macho (detto anche Cayo Iguana per la presenza abbondante di questi lucertoloni, brutti ma innocui, unici abitanti dell’isolotto). Giornata di mare, in completo relax fra bagni in un’acqua calda e trasparente e tanto sole, i nostri accompagnatori riescono anche a pescare un barracuda di circa un metro che la sera mangeremo in albergo.

20161105_120816La domenica passiamo dal mare alla montagna, facendo un bel tour al parco Tapes de Collantes. Dopo un breve tragitto con una vecchia 4×4 sovietica facciamo una lunga passeggiata nella foresta, in mezzo ad un’esplosione di piante esotiche e cascatelle d’acqua che creano piscine naturali dove qualche coraggioso si fa anche il bagno (io no, troppo freddo!). Dopo il pranzo presso una comunità montana, ci rimettiamo in macchina in direzione Santa Clara, la città del “Che”. Riusciamo a visitare la piazza della rivoluzione ed il Mausoleo dove riposano i resti mortali dell’eroe argentino di nascita, ma cubano di elezione.

img_2736Il giorno dopo, ahinoi l’ultimo di questa vacanza meravigliosa, lo dedichiamo ancora a Santa Clara, visitando il museo del treno blindato fatto saltare dai rivoltosi ed episodio clou della rivoluzione contro Batista e poi facendo un giro per la città, che con i suoi 800 mila abitanti è la terza dell’isola, dopo Cuba e Santiago. Nel pomeriggio, dopo un pranzo presso una Hacienda campesina, ci dirigiamo all’aeroporto dove, dopo 13 ore di volo, ritorneremo a casa.

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Se qualcuno fosse interessato a ripercorrere questo tour, vi segnalo che noi siamo andati con l’agenzia ufficiale Cubana (Havanatour). Il nostro amico Giuliano però si sta attrezzando per organizzare personalmente dei tour analoghi, sfruttando una rete di “case particular” di sua fiducia, personalizzandoli a seconda delle richieste: ad esempio qualche giorno di mare a Varadero o in qualche altra spiaggi famosa sarebbe valsa sicuramente la pena, ma noi non avevamo molti giorni di ferie. Chi fosse interessato può contattarmi in privato e gli do i riferimenti.

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 2 – le curiosità

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Giuliano mi ha detto che gli spagnoli per Cuba hanno fatto solamente due cose buone: il rum e le mulatte. Sul rum niente da dire: mi ha consigliato di lasciar perdere l’Havana Club che si trova ovunque (anche alla Conad sotto casa mia, in effetti), indirizzandomi piuttosto sul Santiago, decisamente migliore degli altri (in particolare quello scuro, ovviamente più è invecchiato, meglio è). Sulle mulatte, ma dire in generale sulle donne cubane invece ci sarebbe molto da dire. Dov’erano quelle belle? Forse le avevano nascoste, oppure si erano mascherate, senza dubbio si erano leggermente (!) appesantite. Che poi, mangiando quasi esclusivamente riso, fagioli e pollo, ma come fanno ad ingrassare? Eppure vi assicuro che più dell’80 delle donne cubane è sovrappeso. E a parte qualche eccezione (decisamente notevole), lo standard di bellezza che abbia qui da noi, non collima esattamente con quello esistente lì.

Essendo praticamente tutti impiegati statali, il vero guadagno per chi svolge un’attività, sono le mance. Oddio, anche da noi ci sono. Ma lì sono una cosa esagerata! Se volete andare a Cuba sappiate che qualsiasi cosa vorrete fare ci sarà qualcuno che vi chiederà la mancia. Più puntuale di un esattore svizzero, più petulante di un testimone di Geova, il cubano sa che quella è la sua fonte di sostentamento primaria. E non mancherà modo di farvelo notare.

Le strade e in particolare l’autopistas sono una vera e propria attrazione. Dalle biciclette ai camion di qualsiasi fattura, dalle macchine assemblate in maniera insolita ai carretti trainati da animali, dai sidecar alle motociclette, potete incontrare qualsiasi mezzo di locomozione, in qualsiasi direzione, spesso anche contromano rispetto alla quella di marcia. Senza tralasciare la folla di gente che aspetta chissà chi, attraversa le corsie, chiede un passaggio con l’autostop. L’autostrada è un luogo conviviale, neanche fosse la piazza del paese. Un’esperienza talmente paradossale, a cui è difficile credere anche quando sei lì. La vedi e pensi, no dai, non è possibile!

Come vi dicevo internet quasi non c’è, la tv ha tre canali, cinema ne abbiamo visti pochi. Che fanno i cubani, a parte ballare la salsa, fumare il sigaro e bere Rum…….? Esatto! Fanno quello e quello hanno in testa! Del resto il nostro autista Semir è nonno a 35 anni e Giuliano, dall’alto dei suoi 4 matrimoni collezionati nei primi 33 anni di vita, appena rotto il ghiaccio, mi ha subito chiesto “hombre, te gusta la papaya?” che comprensibilmente non era il frutto tropicale. A parlare con lui sembrava di essere in una commedia italiana degli anni 50, perché è una vera miniera di barzellette sulle suocere, storie di corna, avventure amorose. Sapete quelle storielle con cui passavamo i pomeriggi della nostra adolescenza? Ecco, lì non gli passa mai. Ma sapete che vi dico? Beati loro! Beata la loro spensieratezza e la loro gioia di vivere!

C’è un però. C’è sempre un però. Un elemento che in chiusura devo sottolineare come un vero e proprio peso oscuro che grava sulla popolazione cubana e che angustia le loro giornate, che rovina ogni festa, che si insinua nell’intimità del desco familiare e nel luogo dove più di ogni altro si consumano i momenti conviviali. Come chi è stato già a Cuba avrà certamente capito sto parlando del cumino. Questa cazzo di spezia la mettono ovunque! In ogni piatto, in ogni pietanza, nel pollo, nel riso, nei fagioli (non è che ci sia poi molto altro eh!): non devi chiederti se ci sarà o no, ma solamente quanta ce ne sarà, quanto avvelenerà quello che stai mangiando con quel suo sapore di ascella sudata. Il cumino è stat l’unica vera nota stonata di questa vacanza.

Sì, ma dopo tanto chiacchierare, cosa hai visto di Cuba, si chiederanno i miei fedeli lettori? Per questo però dovete aspettare domani la terza ed ultima puntata di questi appunti di viaggio!

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 1 – le impressioni

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“Cuba non è un luogo, ma un’utopia”. Questo scrivevo prima di partire e, una volta tanto, debbo dire di averci azzeccato. Potrei dire che è esattamente come me l’ero immaginata, oppure che è molto meglio. Quando sei lì sembra di essere in un caleidoscopio: colori, forme architettoniche, stili, tutto mischiato. Sulla stessa via dell’Avana, l’uno attaccato all’altro, trovi uno splendido palazzetto in stile coloniale, poi una baracca mezza scrostata con il tetto in lamiera e vicino un grattacielo relativamente moderno. Ma la stessa cosa potresti dirla degli abitanti: bianchi, neri, mulatti, turisti, anziani, bambini in divisa, povera gente e damerini impomatati. Tutto e il contrario di tutto. Come le macchine: fiat 126  che non vedevo dall’adolescenza, jeep sovietiche, macchinoni americani, tutti sulle stesse strade, a fianco di sidecar, carretti trainati da muli e motociclette di quarant’anni fa. Ma questa miscellanea di oggetti, persone, colori è talmente uniforme che non capisci mai quale sia la regola e quale l’eccezione, quale la cosa comune e quale la rarità. Non c’è un carattere predominante: Cuba sembra volerti dire, “sono quella che vuoi. Decidi tu ed io sarò esattamente quello che vorrai che io sia”.

Uno dei dubbi che avevo arrivando lì era capire come potesse funzionare un sistema così statalizzato che sembra quasi un residuo del passato. Ma soprattutto avevo la curiosità di capire come stesse la gente. Da quel che ho potuto vedere, da quello che raccontano loro stessi (la nostra guida, il mitico Giuliano, in questo è stata una fonte inesauribile di notizie) non stanno bene, ma neanche così male come pensiamo. Capiscono di essere indietro e per certi aspetti vorrebbero andare avanti, superare lo stallo attuale, ma sicuramente non vorrebbero snaturare quello che sono. Loro sono e si sentono ancora profondamente “Hijos de la revolucion“, quando parlano di Che Guevara gli viene la pelle d’oca, quando parlano degli Americanos si sentono fremere di rabbia. Poi certo, chi arrotola le 4 foglie di tabacco che servono a fare un sigari, 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, guadagna 200 CUC (equivalenti all’euro) al mese, che possono arrivare anche al doppio se la produttività è buona. Ma d’altra parte ti dicono che nella loro isola non ci sono armi, non c’è droga, hanno una sanità pubblica di primissimo livello, una casa e un lavoro per tutti quelli che vogliono lavorare.  Perché dovremmo diventare qualcos’altro?

La scuola dell’obbligo porta ogni ragazzo cubano almeno fino al termine del liceo ed in ognuna delle 15 provincie in cui è divisa l’isola c’è una Università gratuita ed accessibile da chiunque. Per far capire quanto tengono all’istruzione basta dire che la leva obbligatoria prevede una ferma di due anni, che però si dimezzano per chi frequenta l’Università. Il loro problema primario è l’embargo, che nonostante proclami e promesse, continua a tenerli isolati dal resto del mondo: Giuliano ci diceva che dagli inizi di settembre, la carne di mucca è razionata e destinata solamente ad anziani e bambini perché le mucche sono poche e non arrivano da fuori. Quello che il resto del mondo continua giustamente a festeggiare come un evento di liberazione, la caduta del muro di Berlino e lo sgretolamento dell’Unione Sovietica, per loro è stata la mazzata peggiore che potesse capitare.

Un’altra contraddizione. Parlando con lui mi racconta quanto sia amatissimo Fidel Castro (un po’ meno il fratello), riconosciuto da tutti come vero protagonista della rivoluzione e della liberazione dalla tirannide. Eppure in giro di lui si vedono pochissime immagini, a differenza del Che che invece è ovunque. Non ci sono quadretti con la sua immagine, non ci sono magliette, targhe, spille, nulla. Forse un segno di deferenza verso il leader che è ancora in vita, nonostante non sia più capo dello stato. E’ lì con loro, non è ancora tempo per farne un’icona. Non hanno wifi, i telefoni lì ancora servono per telefonare ed in macchina non esiste navigatore, i bar, i ristoranti, i negozi, gli alberghi, tutto è in mano allo Stato. Noi potremmo chiamarlo regime, dittatura, per loro è una democrazia, figlia della rivoluzione. Dove i quattro figli di Che Guevara insegnano, sono veterinari, medici e avvocati: cubani uguali agli altri cubani.

Chiese ce ne sono ben poche, eppure raccontano con commozione ed orgoglio le visite degli ultimi tre papi. La maggioranza di loro non è certo cattolica, però a modo loro sono credenti. Siamo a novembre, è autunno anche qui, eppure comincia ora la stagione migliore. La differenza infatti non è fra caldo e freddo, ma fra stagione secca e stagione umida. Perché, come dicevo, Cuba può essere quello che vuoi, ma non puoi approcciarla con le tue categorie, con i tuoi concetti predefiniti, altrimenti rischi di non capire nulla. E mentre sono assorto in questi pensieri, rimango incantato a guardare il volo a planare di grandi uccelli che volteggiano sull’Avana.

  • Giuliano, quelli lì, cosa sono? Che belli! Sono dei falchi?
  • Quelli? Sono buitres, quelli mangiano gli animali morti. Come li chiamate voi?
  • Avvoltoi?
  • Giusto, avvoltoi.

Ecco, appunto. Si rischia di non capire nulla.

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Cuba libre

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone. Questo scriveva Steinbeck e non credo avesse torto. Come si intuisce dal titolo di questo Blog l’idea stessa di viaggio mi è particolarmente cara. La preparazione prima della partenza, lo spostamento da un luogo o da una situazione iniziale, la tensione verso un traguardo, il percorso che bisogna compiere per arrivare, la strada di ritorno. Le tappe di un viaggio, che sia reale o metaforico non cambia, scandiscono il nostro tempo come le nuvole che si susseguono in cielo in una giornata ventosa. E lì il viaggio decide la sua natura: puoi inseguire le nuvole, oppure fermarti a contarle, puoi provare a riprodurle in un foglio o lasciarti cullare dal loro gioco di luci e di ombre. Senza dubbio quando il viaggio sarà finito non sarai più la stessa persona che eri prima di partire, perché è vero che i viaggi costruiscono quello che siamo, ci danno e ci tolgono, fanno nascere e morire le amicizie, ci insegnano a conoscere i luoghi, ma prima ancora le persone che ci stanno intorno. Ma anche noi stessi. Per questo ha ragione Kavafis, nel viaggio la cosa più importante non è tanto la meta, quanto il percorso che hai fatto per arrivarci.

Detto questo, visto che il fatidico traguardo dei cinquanta si avvicina. Considerato che la colonscopia l’ho fatta, sono stato a qualche concerto in più, ho letto libri e giocato a calcetto quanto avrei voluto, per completare (quasi) la lista delle cose da fare prima dei cinquant’anni devo tornare in America. Ma siccome le cose non vanno (quasi) mai come le avevamo progettate, ma a volte vanno anche meglio, invece degli Stati Uniti, me ne andrò a Cuba. Che non è (solo) un posto, anzi è un non luogo, forse è solamente una metafora. E’ Davide contro Golia, è l’utopia che diventa realtà, è tutto e il suo contrario. Volevo andarci prima che diventi qualcos’altro, prima che perda un po’ di questa utopia.

Quindi per una decina di giorni dovrete fare a meno delle mie minchiate. Tranquilli però, saluterò il compagno Fidel da parte vostra e al mio ritorno un bel resoconto minchione non ve lo toglie nessuno!

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Resoconto semiserio (ovvero minchione) di un viaggio a Monaco

Sentivate la mancanza di un bel resoconto minchione di una qualche località europea? E su, non fate i timidi, lo so che ne sentivate la mancanza! Dunque, quest’anno abbiamo optato per Monaco. Nonostante abbia bazzicato spesso il suolo tedesco, non c’ero mai stato e la curiosità era ben riposta, perché la città vale davvero la pena, il tempo è stato clemente (un solo giorno di pioggia), la birra abbondante, la compagnia sempre molto piacevole.

Vi dico subito qual è la cosa che mi ha impressionato di più. Sembrerà un dettaglio, una cosa fra le altre, ma in realtà secondo me ha un alto, direi altissimo valore metaforico, che indica chiaramente quale sia il loro stile di vita, la loro filosofia, il modo di pensare. Parlo dell’accesso alla metropolitana. Girando l’Italia e l’Europa vedi un po’ tutto: barriere, tornelli girevoli, sportelli che si aprono. A Monaco non c’è nulla. Non ti accorgi nemmeno di essere passato dalla zona antistante a quella interna, perché non c’è niente che divida l’una dall’altra.

Quindi non solo ogni fermata dell’autobus e della metro ti informa in tempo reale e con una precisione quasi fastidiosa indicando il minuto esatto in cui passerà il prossimo mezzo, non solo la rete ferro tranviaria è probabilmente più fitta di quella di Londra o di Parigi, ma non c’è nessun ostacolo all’entrata. In compenso, in tre giorni e mezzo abbiamo incontrato due volte i controllori. Gentili, direi quasi gioviali, ma assolutamente determinati a far pagare i 60 euro della multa prevista per chi era sprovvisto del biglietto (ovviamente solo stranieri).

E non ci nascondiamo dietro i soliti stereotipi del tedesco tutto ordine e disciplina: ovviamente l’educazione e il senso civico c’entrano, ma ormai sono una società multirazziale molto più di noi. E’ pieno di gente di ogni razza e colore. Semplicemente hanno un sistema che oltre a dare le regole, controlla che siano rispettate. Sarebbe tanto difficile esportarlo anche qui? Chi lo sa. Io so solo che a settembre ho fatto l’abbonamento della metro annuale a mio figlio e fino ad oggi mi dice di non aver mai incontrato nemmeno l’ombra di un controllore. Lascio a voi qualsiasi altra considerazione.

Passando al resoconto vero e proprio, quattro giorni, se vi limitate alla città, vanno più che bene. Noi siamo anche andati una mattinata a Dachau (30 km, un’oretta fra metro e bus) e una giornata a Fussen (100 km, un paio d’ore di treno) a visitare il castello di Neuschwanstein (quello della Disney, per intenderci), quindi forse qualcosa della città ce la siamo persa. Ad esempio non siamo stati alla Allianz Arena o al Museo della scienza e della tecnica che dicono valga la pena visitare, ma insomma tutto non si poteva fare. E poi, prima o poi, ci torneremo!

Non vi sto ad elencare le piazze, i monumenti e le Chiese che abbiamo visitato. Sono quelle che troverete in qualsiasi guida della città. Se però andate a Monaco quello che non può mancare è un passaggio alla Hofbrauhaus, probabilmente la birreria più famosa del mondo: con i suoi 5000 posti a sedere (ci lavorano oltre 300 persone!) è una specie di Oktober Fest permanente. Trovare posto (soprattutto se siete in 8 come noi) non è semplicisssimo, però vale assolutamente la pena: birra ottima, wurstel e stinco di maiale fantastici, prezzi ragionevoli. Unica avvertenza: non hanno bicchieri più piccoli di quelli da un litro!

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Resoconto semiserio (ovvero minchione) di una tre giorni a Praga

Quando a tordi e quando a grilli si dice dalle mie parti. Capita che per anni non muovi le chiappe dal suolo patrio neanche fosse il paradiso e poi invece, nel giro di una settimana, prima di qua e poi di là, perché per una serie di ragioni, più o meno piacevoli, si sono quasi accavallate queste due gite al di là dei confini. E quindi, poteva mancare il resoconto minchione anche di questa tre giorni praghese?

Effettivamente poteva anche mancare, perché Praga è talmente bella, talmente magica, talmente fuori dal mondo che quasi quasi mi si occludeva la vena minchiona e mi si sturava la vena sentimentale. Fortuna che poi invece sono tornato in me e così non vi si carieranno i denti a leggere di vicoletti poetici, scorci languidi, panorami romantici.

Per carità se qualcuno vuole qualche consiglio sarò ben lieto di darglielo: ma più che star qui a raccontarvi per filo e per segno quello che abbiamo fatto e visto (che immagino sia quello che fanno e vedono tutte le migliaia di turisti che ogni giorno vanno lì), più che spiegarvi che preferisco Malà Strana a Stare Mesto, più che consigliarvi lo stinco di maiale o la birra Kosel, vi dico solo che se non ci siete stati dovete andarci. E’ un posto fantastico. La gente è simpatica, l’italiano lo capiscono tutti e lo parlano in molti, si mangia bene e si spende poco. E a parte il fatto che fumano nei ristoranti e nei pub (mi sembrava di essere tornato vent’anni indietro), mi danno idea di essere avanti.

Sarei stato curioso di capire com’era lì trent’anni fa, ma sicuramente oggi danno idea di stare bene, di sapere cosa vogliono, come qualcuno che voglia recuperare il tempo perduto. Sono nella Comunità Europea, ma non hanno l’Euro (e forse questo non è un caso), sono slavi ma sembrano tedeschi, sono cechi ma ci vedono benissimo (e va be’ una minchiata ogni tanto me la dovete concedere!).

Purtroppo ogni volta che si esce dall’Italia diventano evidenti quante cose non funzionano qui. E io posso capire che la pulizia delle strade o le scritte sui muri dipendano dalla civiltà delle persone (e noi, ammettiamolo, siamo molto incivili e non abbiamo il senso della proprietà pubblica), ma il fatto che in giro per la città o sui palazzi non ci sia un filo che sia uno (eppure sicuramente la luce o il telefono ce l’hanno anche loro), il fatto che sui tetti non ci sia un’antenna o una parabola (eppure la tv la vedono anche loro), significa che anche l’organizzazione complessiva di una città si può fare in modo diverso. Si può fare meglio. Ecco, questa è la cosa più evidente. Si può fare meglio. E se ci riescono i cechi, perché noi no?

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