Resoconto semiserio di 7 giorni a Creta

Anche quest’anno, sulla scorta anche di quanto ci eravamo trovati bene lo scorso anno a Minorca, abbiamo deciso di programmare la vacanza con la triplice opzione estero/mare/isola. Così siamo atterrati a Creta. Una scelta che si è rivelata nient’affatto cretina (va be’, lo so, non dite nulla), perché abbiamo potuto apprezzare un mare davvero fantastico, per certi aspetti anche più bello di quello delle spiagge minorchine, che pure ci avevano affascinato lo scorso anno.

Abbiamo affittato una villa a due passi da Chania (La Canea, come la chiamavano i veneziani, di cui rimangono varie tracce), la seconda città dell’isola, piena di locali, ristoranti e negozietti vari e una vita notturna effervescente. Da lì avevamo a due passi diverse spiagge molto belle, ma in particolare la nostra preferita è stata Kalathas, che coniugava al meglio le comodità di una spiaggia attrezzata, le bellezze di un mare incantevole e una taverna che con meno di dieci euro ti permette di pranzare a base di pesce.

Così abbiamo alternato giorni sedentari lì a gite in giro per la zona più occidentale dell’isola, che è decisamente la più bella: Balos, Falasarna e soprattutto Elafonissi, un vero e proprio paradiso. Balos è una spiaggia raggiungibile a piedi dopo un percorso accidentato (strada sterrata per diversi chilometri e poi lunga camminata, non troppo comoda), oppure molto più comodamente imbarcandosi in un traghetto a Kissamos come abbiamo fatto noi. Il pacchetto comprendeva anche l’isoletta di Grambousa, sede di un forte veneziano che però ci siamo ben guardati di andare a visitare, visto che è proprio sul pizzo di una montagna. Forse sarebbe anche stato molto bello, ma abbiamo preferito guardarlo da lontano, accontentandoci di un bel bagno nella spiaggia sottostante. Da lì poi abbiamo ripreso il traghetto e siamo stati il pomeriggio a Balos, dove c’è una spiaggia simile ad una laguna, con l’acqua molto bassa, calda e trasparente come fosse la vasca di casa.

Elafonissi, che si trova a sud ovest, è decisamente la spiaggia più bella dell’isola, con dei colori che non hanno nulla da invidiare ai Caraibi. Peccato che ci sia spesso un vento terribile: il giorno in cui siamo andati noi era quasi impossibile rimanere in spiaggia, il vento era talmente forte che non si riusciva a fare qualsiasi cosa. Il posto però è talmente bello che proprio non si può non andare.

Infine la terza spiaggia da segnalare assolutamente è quella di Falasarna. Spiaggia molto lunga, ben attrezzata, anche qui con un mare dai colori da far invidia alle mete più esotiche.

Insomma, la vacanza ci è piaciuta davvero tanto. Una settimana forse è un po’ poco, ma è comunque sufficiente per apprezzare un mare da sogno in un’isola facilmente raggiungibile dall’Italia, con un costo della vita di gran lunga inferiore a quello delle nostre località più rinomate.

P.S. C’è poco da fare, ovunque si vada non si può non notarlo. E passi se vai in Germania o in Svezia, ma possibile che anche in Grecia ti salta all’occhio la pulizia della strade? Possibile che il nostro senso civico sia talmente infimo che in qualsiasi altro Paese si vada, ti sembra di stare su Marte in confronto alla mondezza di casa nostra?

 

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Che ne è stato delle estati?

E così mi attacco anche io a questa catena, lanciata dal mitico Barone Rosso e proseguita dall’altrettanto mitologico Zeus, per raccontare quel che succedeva qualche tempo addietro, quando le estati duravano quattro mesi e noi rientravamo in classe agli inizi di ottobre, non prima di aver tolto gli ultimi granelli di sabbia dai polpacci. Ovviamente non seguirò assolutamente nessuna delle regole del tag, ma mi limiterò a seguire la traccia dei miei illustri predecessori, con qualche piccola personale variazione (anch’essa molto arbitraria).

Gioco in cortile

Giocavamo in cortile? Mah! In realtà no, non in senso stretto. E così chiariamo subito la location delle mie vacanze infinite. Tra i 6 ed i 14 anni, per otto estati consecutivamente le nostre vacanze si svolgevano in una località senza nome, fra Santa Severa e Santa Marinella. Una manciata di case, palazzine, villette lungo il litorale a nord di Roma, comprese fra l’Aurelia e il mare, una striscia di terra lunga e stretta, fra prati e strade non asfaltate. Mio padre e mia madre, entrambi impiegati, si costringevano a ferie separate pur di lasciarci lì due mesi interi, anche con il supporto di zie e nonne. Un posto abbastanza selvaggio allora (chissà ora com’è diventato, sono più di trent’anni che non ci vado più), che però dava a noi ragazzi una libertà infinita. Quindi altro che cortile, noi giocavamo in questi spazi aperti dove scorazzavamo in bicicletta senza vincoli né confini. Anzi, all’interno di due confini precisi, come già detto, il mare e la statale Aurelia, entrambi invalicabili. Su quelle stradine bianche giocavamo a qualsiasi cosa, dal nascondino, al pallone, muovendoci sempre in bicicletta da una casa all’altra. Organizzammo anche una specie di Olimpiadi un anno, con tutte le discipline, dalle corse, ai lanci e ai salti con tanto di medaglie di premiazione. Poi c’erano ben due campetti di calcio, creati in due prati incolti sopravvissuti al cemento, dove si svolgevano delle sfide clamorose, che potevano durare ore ed ore.

Gioco in spiaggia

la particolarità di quel posto è che la spiaggia non ha sabbia. O meglio la sabbia c’è, ma sotto uno strato di sassi, che rendono l’acqua del mare trasparente, ma impediscono qualsiasi gioco di movimento. Infatti l’unico modo di spostarsi in spiaggia erano quelle scarpette di gomma dai colori fluo, dette “ragnetti” perché davano un’abbronzatura variegata ai piedi, simili a ragni. Anche i famosi castelli di sabbia per noi avevano l’insolita variante di essere fatti di pietre, non facilmente assemblabili fra loro. A cosa giocavamo quindi in spiaggia? Andavamo a pesca, sia con la canna, sia con le fiocine per prendere i polpi. Ce n’erano molti, anche vicino alla riva, nascosti appunto sotto i sassi, insieme ad una quantità sproporzionata di granchi. Con la canna invece si prendeva ben poco. Mi ricordo che come esca preparavamo un pappone con la mollica del pane ed il pecorino che ti lasciava le mani puzzolenti per giorni e secondo me faceva schifo anche ai pesci, visto che non prendevamo praticamente mai nulla.

Fumetto

In quell’epoca (ma perché ora invece?) ero un vero patito, sia dei super eroi della Marvel, all’epoca pubblicati dall’editoriale Corno, sia soprattutto degli eroi di casa Bonelli. I pomeriggi dopo pranzo, quando c’era l’obbligo materno del coprifuoco, almeno fino alle 4, divoravo volumi e volumi di Tex, Zagor, Mister No, Comandante Mark, e poi l’Uomo Ragno, Capitan America, I Fantastici 4, Thor. Quelle letture mi rapivano totalmente e a volte quasi non volevo uscire per finire qualche storia in sospeso. A Santa Severa poi c’era un’edicola che aveva molti arretrati di Tex (il mio preferito!) e quindi ogni occasione per andare in paese diventava tappa obbligata per acquistare qualche vecchio numero. Ce li ho ancora, la collezione completa dal numero 1 all’attuale 693, tutti belli stipati dentro scatole di Ikea sotto al letto, unico posto consentito dalla dolce metà e dalle dimensioni della casa!

Cibo

La particolarità ed uno dei ricordi più belli di quelle vacanze erano i picnic organizzati dai parenti. Noi in effetti eravamo arrivati in quel posto perché avevano acquistato delle case una sorella ed un fratello di mia madre, che passavano le vacanze lì con le rispettive famiglie. Famiglie molto numerose, quindi capitava anche abbastanza spesso che ci trovavamo insieme ad uno stuolo di zii, cugini, affini e andavamo sui prati delle colline di Tolfa (un paesino che sta nell’entroterra di quel litorale), organizzando dei barbecue pantagruelici. Il piatto forte era la carne alla brace, preparata all’argentina, il cosiddetto “asado”, retaggio degli anni passati dall’altra parte dell’oceano dai nonni materni (ma chi ha letto il mio ultimo romanzo qualcosa dovrebbe sapere!). Un’altra particolarità di queste gite in collina era la raccolta di more: ce n’era una quantità industriale, di tutte le dimensioni e ne mangiavamo fino a sentirci male. Un ultimo ricordo legato al cibo erano le lumache. Si sa, quando piove al mare, non c’è da essere felici, però noi già pregustavamo sia la raccolta (comunque divertente), sia soprattutto la mangiata successiva. La moglie di uno zio, originaria di Foligno, cucinava queste lumache in una maniera divina, con un sugo dal sapore impareggiabile.

Libro

Mi ricordo quelli di Salgari, l’epopea di Sandokan, tornata d’attualità con la serie televisiva di Kabir Bedy ed anche i gialli per ragazzi, una serie di libricini che si trovavano anche in edicola. Ricordo che ce n’erano di diversi tipi: a me piacevano in particolare quelli della serie dei Tre Detective. Ne leggevo parecchi, ma certo non regge il paragone con i fumetti

Film

A Santa Severa c’era un arena all’aperto, ma ci andavamo poco. Mi ricordo però l’estate che uscì Grease, che praticamente rimanemmo dalle 15 fino all’ora di cena, rivedendolo tre volte di seguito. Allora era consentito. Saremmo ancora rimasti lì, incantati da Sandy, che da quel momento sarebbe diventato l’ideale della bellezza femminile, etereo ed irraggiungibile.

Gioco da tavolo

Nelle già ricordate giornate di pioggia due giochi ci tenevano incollati al tavolino per ore ed ore: Monopoli e Risiko, in rigoroso ordine cronologico, perché il primo, più antico, fu poi soppiantato dal secondo. E soprattutto quelle grandi sfide a Risiko sono un ricordo piacevole, perché in fondo chi è che non ha mai sognato di invadere la Kamtchaka? L’altro gioco da tavola che ci appassionava molto, anche nelle belle giornate, era il ping pong. Lì emergeva una delle distinzioni ontologiche più significative fra noi: i pallettari e gli schiacciatori. I primi difensivisti giocavano sull’errore dell’avversario, gli altri votati all’attacco, volevano chiudere il punto con acrobatiche schiacciate. Possiamo dire che era la trasposizione sportiva della distinzione fra formiche e cicale, fra  chi affronta la vita cercando di adeguarsi alle situazioni e chi vuole prenderla per le corna e domarla ai suoi voleri.  Inutile dire che se questi ultimi non erano particolarmente bravi, pur essendo sicuramente più esteti e belli da vedere, erano destinati alla sconfitta.

Televisione

Semplicemente non esisteva, non era contemplata nelle mie giornate. A parte qualche partita dei mondiali di calcio e qualche epica partita di tennis del torneo di Wimbledon che allora (incredibile a dirsi ora) era mandata in onda dalla Rai. Mi ricordo bene la finale del 74 Germania Olanda, dove a parte il sottoscritto tifavano tutti per gli “orange”, belli e perdenti. Un altro ricordo nitido erano le sfide Borg McEnroe, anche se il mio campione preferito era Jimbo Connors, un mancino pazzo e spericolato, forse meno forte dei primi due, ma sicuramente più simpatico. Altre cose in TV non me ne vengono in mente

Canzone

Qui si potrebbe scrivere un post a parte. Il ricordo nitido che ho si riferisce al venerdì verso mezzogiorno e mezzo quando immancabilmente ci sintonizzavamo alla radio per ascoltare la Hit Parade e poi commentavamo la classifica, chi era cresciuto, le nuove entrate, le uscite, neanche fosse la classifica del campionato del mondo. Mi ricordo il riepilogo dal 10 al 2 posto e poi la proclamazione del vincitore della settimana e il brivido quando si trattava di una new entry che in soli 7 giorni aveva scalzato tutti, entrando direttamente al primo posto. Era l’epoca delle radio libere, ma sicuramente Radio 1 con quella trasmissione penso abbia fatto dei record di ascolto mai più raggiunti in seguito. Se devo ricordare qualche canzone in particolare, non posso non citare Heart of Glass dei Blondie, che ancora oggi appena la sento mi fa ritornare lì nella spiaggia dei sassi di Santa Severa. Poi ci sarebbe da citare il mitico Umberto Tozzi, che ogni anno arrivava inevitabilmente al primo posto con il suo “giro di do” e qualche parola buttata lì a caso: Ti amo, Tu, Gloria, Stella stai, hanno scandito le estati di una generazione.

Life

E che life poteva esserci secondo voi? Non c’era neanche una bar, se volevi comperare una rosetta o un litro di latte, un giornale o semplicemente un gelato dovevi comunque prendere la macchina ed arrivare a Santa Severa. Per noi ragazzi era precluso qualsiasi contatto con il mondo al di fuori. Qualche ardito si avventurava di nascosto sull’Aurelia in bicicletta, la distanza non era molta, non più di un paio di chilometri, ma obiettivamente il pericolo era davvero reale, perché si tratta di una statale trafficatissima. Infatti quel posto da paradiso per ragazzini diventò inevitabilmente una prigione per adolescenti. Infatti ricordo l’estate del passaggio fra le medie ed il liceo, con grande insofferenza. Non a caso, non solo per le mie intemperanze, fu l’ultima che passammo lì. Era l’estate delle Olimpiadi delle polemiche, quella senza gli Americani, che le boicottarono per l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS. L’estate della strage di Bologna. Ricordo perfettamente quel 2 agosto, eravamo in spiaggia, quando arrivò quella notizia terribile. Fu un’estate strana, con tante inquietudini anche per vicende familiari e così l’anno dopo decidemmo per un posto diverso e per una serie di circostanze non tornammo più lì.

Potendo tornare indietro, che cosa porteresti oggi? 

Che ne è stato di quelle estati? Tanti bei ricordi, alcune amicizie che durano ancora oggi, la consapevolezza acquisita con gli anni, di riuscire a vivere ogni momento come irripetibile. Perché poi la vita va avanti, cambiano i periodi, le situazioni, la percezione stessa delle cose, le persone che ci stanno intorno e purtroppo corriamo il rischio di vedercele sfilare via come un treno in corsa, senza apprezzarle veramente. Non ho nostalgie particolari, ma se potessi mi piacerebbe recuperare l’espressione curiosa del me stesso ragazzino di questa foto. Se ben ricordo risale all’estate del 79, alla premiazione di quelle Olimpiadi di cui dicevo prima. A rivederlo ora mi sembra proprio l’espressione soddisfatta, un po’ ironica ed un po’ interrogativa di uno che è curioso. Ecco, se potessi tornare indietro, mi porterei oggi la curiosità di allora.

E concludiamo così con i tag. Mi piacerebbe proprio leggere i ricordi di LucyIomeTiffanyFlò, ma chiunque altro voglia collegarsi alla catena è ben accetto!

Anch’io sono un ipocrita

La mia amica Chiara ha fatto outing. E’ un’ipocrita. E mi ha convinto al punto che non posso non essere d’accordo con lei e non posso quindi non fare anch’io un autodenuncia, confessando le mie ipocrisie.

Sono un ipocrita ambientale, faccio la raccolta differenziata, ma poi vado in ufficio in macchina invece di usare i mezzi pubblici. Sono un ipocrita in politica, perché parlo male di tutti, ma impegnarmi personalmente per cambiare le cose mi costa una fatica immane. Sono un ipocrita come cattolico, per un milione di motivi, ma soprattutto perché accetto di vivere e di far vivere i miei figli nei privilegi economici, nati certamente dalla fatica e dal lavoro, ma anche da ingiustizie sociali che solo una bella bugia mi fa dire non dipendere da me.

Sono un ipocrita con chi non sopporto, perché mi trattengo, perché le buone maniere e l’educazione a volte fanno dire e fare cose contrarie a quelle che uno pensa. D’altra parte chi non si trattiene dal mandare catarticamente affanculo tutti gli approfittatori, i leccaculi, gli imbecilli, i maleducati, i prepotenti che si incontrano tutti i giorni?

Ma sono un ipocrita anche con chi amo, perché tendo a proteggere e a scusare troppo, al di là forse di quanto sarebbe opportuno. Sono un ipocrita quando sbuffo e impreco, quando dico di no e poi so già che sarà sì, perché non so dire di no. Sono un ipocrita quando metto condizioni che so già che non rispetterò. Quando il tempo di un caffè diventa una vita intera. Ma chi è che non prova a farsi una faccia allegra anche nelle giornate storte? Chi non dice (prima di tutto a se stesso) delle belle bugie per nascondere delle brutte verità?

Penso che ognuno di noi combatta una battaglia più o meno quotidiana fra l’essere ed il voler essere, tra quello che è e “quello che vede in lui il proprio cane” (cit.). In questo senso forse anche lo sforzo di migliorarsi, il nascondere le ombre ed il provare a mettere in evidenza le luci potrebbe essere considerato un’ipocrisia. Ma del resto, se non possiamo diventare migliori, non dovremmo almeno cercare di diventare la migliore versione di quello che siamo?

Il fumo uccide, ma anche certe ascelle non scherzano

Effettivamente non si spiegherebbe mica in altro modo. Il caldo, l’affollamento, la disidratazione, gli effluvi venefici di chi ha l’abitudine di mettersi due gatti morti sotto le ascelle e ecco qui. No, più ci penso e più mi convinco che non c’è mica un’altra spiegazione. Giudicate voi i fatti!

I Pearl Jam durante il concerto di Roma cantano Imagine di Lennon e la dedicano al dramma dell’immigrazione, proiettando sullo sfondo del palco l’hastag #Saveisnotacrime.

Il giorno dopo su Twitter Rita (contecheseilamiapassioneioballoilballodelmattone) Pavone attacca i Pearl Jam “fatevi gli affari vostri”. Lo riscrivo: Rita (edatemiunmartellochecosacivuoifare) Pavone attacca i Pearl Jam. Che già di per sé mi sembra un iperbole meritevole delle migliori battute di Osho. Ma qui scende in campo Salvini che, togliendosi per un momento l’imbuto in testa, dopo aver parlato dei pericoli per la salute pubblica del monossido di idrogeno e dichiarandosi favorevole alla cipolla nel soffritto per la carbonara, ha scritto “Onore a Rita Pavone che non si inchina al pensiero unico”.

E qui si sale di livello. Evitiamo qualche battutaccia sull’altezza di Rita (perchèperchéladomenicamilascisempresola) Pavone e sulla sua difficoltà a parlare con Eddie Vedder stando inchinata, perché nel frattempo Ivo Zoncu, ex sindaco di Riola Sardo, tormentato fin da piccolo dall’ossessione dei suoi genitori per Iva Zanicchi in onore della quale hanno dato il nome al piccolo Ivo, fa un appello a Salvini per far arrestare i Pearl jam in quanto complici di assassini che commerciano carne umana. E poi pare abbia aggiunto, era gobba pure quella, era gobba pure quella.

Tutto questo senza ancora aver sentito che ne pensa Grillo e tutta l’allegra brigata dei pentastellati! Insomma, avremmo pure il deficit alle stelle, il rapporto debito Pil più alto d’Europa, saremmo pure fuori dai mondiali, ma nemmeno tutto l’LSD che diede vita all’era psichedelica può arrivare agli effetti lisergici delle italiche ascelle. Con questi qui, se non altro, non ci annoieremo mai.

P.S. Qualcuno potrebbe dire, va be’ ma i Pearl Jam, con tutti i casini che succedono a casa loro con quell’altro imbutointesta di Trump, devono venire a fare la morale a noi? Informatevi! Leggete qui e toglietevi anche voi l’imbuto https://www.vanityfair.it/news/politica/2018/06/29/cara-rita-eccoti-il-bellissimo-motivo-per-cui-pearl-jam-non-si-sono-fatti-gli-affari-loro

 

Della stessa sostanza dei sogni

Il volto di un amico che non senti più, quella foto in cui quasi non ti riconosci, il primo bacio di cui non riesci a ricordare i lineamenti, il suo profumo che ti restava nella pelle, quella canzone che non riuscivi a smettere di ascoltare, le carezze del tuo cane che veniva a far compagnia alla tua malinconia, i titoli di coda di quel film che ti fermavi a rivedere un’altra volta e un’altra e un’altra ancora.

L’entrata del garage di quella strada dove aspettavi che il giorno diventasse notte, la paura di non riuscire a passare quella prova, il senso di liberazione e l’orizzonte aperto dopo che l’avevi superata. Le gioie e i traguardi, le delusioni e le arrabbiature, le ansie e le speranze, le attese e le dimenticanze.

Per dire quello che siamo non basta rimettere insieme tutti i pezzi di noi. Per dire quello che siamo servirebbe raccogliere anche quello che non siamo stati, ma saremmo potuti essere. Servirebbe anche recuperare tutto ciò che siamo stati e non siamo più. Perché quello che ci tiene insieme non sono solo tessuti, fibre, composti chimici. Ci tengono insieme le emozioni, il sentire, il sognare, tutto ciò che in realtà continua far parte di noi, perché ha fatto sì che siamo diventati quello che siamo. Tutto ciò che pensavamo di aver dimenticato, tutto ciò che pensavamo di aver perduto. Ma che non perderemo mai. Davvero anche noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

E improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto. E io ti sento amore, ti sento nel mio cuore, stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai. Che non avevi perso mai, che non avevi perso mai.”

Se Salvini pensa

Se Salvini pensa che basti rispolverare argomenti razzisti per far presa sull’elettorato ignorante e spaventato.

Se Salvini pensa di guadagnare consensi con argomenti populisti e slogan semplicistici.

Se Salvini pensa di poter trattare i 5 stelle come servi sciocchi, utilizzandoli finché gli fanno comodo.

Se Salvini pensa che sia sufficiente promettere cose irrelizzabili per abbindolare masse di analfabeti funzionali.

Se Salvini pensa che gli italiani siano così sciocchi da trasformarsi in ultrà da stadio contro lo straniero, francese, tedesco o africano che sia.

Se pensa tutto questo, temo abbia ragione.

E mentre evidentemente lui ha ragione, noi invece, come ho letto da qualche parte su FB, se pensiamo che questa povera Italia sia regredita al 1938, sbagliamo di grosso. Quell’anno, se non altro, vincemmo i mondiali.

Viviamo momenti difficili: un post coprologico (solo perché definirlo di merda pareva brutto)

Eh sì. Fuori dai mondiali, dentro una situazione politica difficile, con una crisi economica che non accenna a finire ed un’emergenza migratoria che sembra senza soluzione. Le nostre bacheche di FB, i discorsi che si sentono al bar, tutto è avvolto in un pessimismo senza orizzonti, apparentemente senza speranze. Anche i rapporti più solidi entrano in crisi, amicizie di una vita vengono messe in dubbio perché i toni sono saliti in modo esponenziale e la rabbia covata chissà da quanto tempo ha tracimato e preso il sopravvento in ogni discussione.

Insomma, siamo nella merda. E più cerchiamo di distrarci, più ci intossichiamo: leggi un post sullo stadio della Roma (ah ah ah, buona questa!) poi uno su Salvini e gli immigrati, Trump e Macron. Come si fa a liberarsi dalle tossine delle polemiche? Per fortuna, grazie allo spunto della mia amica Enrica, possiamo sempre provare a tuffarci nella poesia bucolica, nelle spenzierate filastrocche dell’infanzia. Torniamo bambini per un po’ e andiamo sotto il ponte di Baracca, dove il buon Mimì, sta lì a far la cacca. La fa dura dura dura, il dottore la misura, la misura trentatrè, uno due e tre. E qui si aprono le discussioni.

Prima di tutto: va be’ la crisi politica, va be’ che non ci danno il reddito di cittadinanza (ah ah ah, buona anche questa), ma perché ridursi a fare la cacca sotto un ponte? E poi questa cacca, dev’essere per forza dura dura? Che uno già sta rovinato sotto un ponte, deve per forza farsi uscire le emorroidi? Mimì, dammi retta, mangiati un po’ di verdura, qualche prugna, un po’ di lenticchie!

La figura davvero inquietante però è questo dottore. Sarà lo stesso che c’ha un comò, tre civette e una figlia di facili costumi? Chi lo sa. Comunque sia, come gli viene di andare sotto un ponte a misurare la cacca? E poi, come la misura? Con un metro? Con una bilancia? Enrica, giustappunto, suggeriva che potesse misurarla col termometro. Ma quel 33 è lo stesso che ti dicono di dire quando ti auscultano? O forse richiama i trentini che entrarono a Trento? Certo fossero i chili, sarebbe una bella liberazione. Mi immagino questo povero Mimì che va in giro per mari e per monti a cercare il ponte giusto, magari quello che sta a ponente e tappe tappe ruggia e poi finalmente, una volta che l’ha trovato, si libera come si deve.

Certo, nel frattempo che cercava il ponte che lo ispirasse si è provocato un blocco intestinale e allora forse 33 è il grado di durezza della cacca. Oppure sono i giorni di mancata evacuazione. Un’altra ipotesi un po’ inquietante è che quei 33 fossero i metri. Ma in quel caso il povero Mimì avrebbe partorito una specie di pitone, un verme solitario di merda tale da poterci legare tutte le arcate del ponte.

In ogni caso, fossero chili, metri, gradi o litri (no, litri no, se no non era dura), ‘sta cacca di Mimì sta tranquilla sotto il ponte, mica come quelle disseminate per le vie di Roma. Che da quando c’è questa giunta di cialtroni incapaci la pulizia delle strade……….eh no, niente, non ce la faccio. Che avete per caso qualche altra filastrocca per distrarsi?