La battaglia di Charlie

Su questa storia di Charlie, il bimbo inglese malato terminale, è difficile dire qualcosa di sensato. La sensazione che ho è che si parli e si scriva per opinioni sedimentate, da “tifosi” di un’opinione piuttosto che di un’altra. Chi conosce realmente o forse sarebbe meglio dire clinicamente come stanno le cose? Da una parte dei genitori che non vogliono arrendersi all’irreparabile. D’altra la scienza, i medici, la corte dell’Aia che decretano l’inutilità di continuare le cure, che forse provocano delle sofferenze a quel povero angelo.

La medicina fa passi da gigante, la genetica idem ed il tema del fine vita si fa ogni giorno più stringente. Ma al di là delle convinzioni etiche o religiose di ognuno di noi, mi sembra che il modello culturale che si stia affermando sempre di più, lega la vita alla sua fungibilità. Di più, lega il valore della vita alla sua capacità di fare o quanto meno ad una anche solo ipotetica possibilità di fare.

Una vita incapace, la vita di un incapace, sarebbe senza uno scopo, sarebbe inutile. Da sopprimere. Qualcuno dice che cent’anni fa certe domande non se le ponevano neanche, forse perché si moriva prima, senza troppe disquisizioni. Eppure c’è già stato un modello di società strettamente legato alla capacità degli individui di poter fare, di essere utili. Si sviluppò a Sparta, dove infatti buttavano dalla rupe i bambini malformi. L’efficientissima Sparta che si contrapponeva alla caotica Atene. La mascolina e piena di energia Sparta che militarmente sconfisse la decadente Atene, piena di inutili filosofi, pure mezzi froci.

Ma Atene è diventata il simbolo della civiltà, Sparta si trova solo sui libri di storia. Perché su quelli di geografia neanche esiste più.

 

Annunci

11 thoughts on “La battaglia di Charlie

  1. Io non so cosa sia giusto fare e non so cosa farei io.
    Ma in questo mondo dove c’è sempre qualcuno che decide quando si deve nascere e quando si deve morire, mi è bastato guardare gli occhi di quei genitori che nonostante tutto sperano, per capire che io il loro dolore non posso neanche immaginarlo.

  2. Morale: il vaso vuoto suona meglio. C’è qualcuno interessato dentro di questa storia che ha il suo interesse. Ognuno di noi ha il proprio destino. E dobbiamo avere il corraggio accetarlo, perfino sia la vita di un incapace.

  3. Fa veramente impressione come si riesca con decisione e sorprendente rapidità a stare da una parte o dall’altra. Io non so, o per dirla come quei filosofi greci inutili, so di non sapere.

  4. Storia brutta, difficile, triste. Parlando da un punto di vista medico, quella di Charlie è una malattia inguaribile, che lo farà sopravvivere e vivere una vita comunque NON autonoma, fino a quando riuscirà a vivere grazie a cure sperimentali ed alle macchine. Fino a che punto è giusto tutto questo? La natura lo avrebbe fatto morire prima, molto prima. Certo secondo questa filosofia nemmeno un raffreddore andrebbe curato. Ma dal raffreddore si può guarire, dal cancro si può cercare di guarire e c’è una certa aspettativa di vita. Ma Charlie, che aspettativa di vita ha? Le cure a che servono? A prolungare la vita di un esserino non autonomo bisognoso cronicamente di farmaci antidolorifici e farmaci per sopravvivere perché i genitori così vogliono. Io credo che i giudici che hanno preso questa decisione di sospendere il trattamenti l’abbiano presa sulla base di attente analisi dello stato reale di salute di Charlie, che non è sicuramente uguale a quello del ragazzino italiano con una malattia mitocondriale simile alla sua. Difendere la vita, SEMPRE. Ma MAI, MAI OBBLIGARE la vita.

  5. È rinfrescante trovare opinioni moderate e espresse con delicatezza: le divergenze, quando ci sono, diventano sfumature, e siamo tutti d’accordo sul dramma umano sostanzialmente irrisolvibile delle varie parti coinvolte.

  6. Bisognerebbe sapere il reale stato di salute del bimbo, e lo stato socio culturale reale dei genitori, perché a me dispiace dirlo ma a me non piacciono ste cose mediatiche per far vivere un figlio che nn potrà mai guarire.

  7. Conosco il dolore fisico, enorme, insopportabile, la sofferenza di una malattia inguaribile che devasta il corpo e l’anima, che non permette autonomia, che trasforma la vita in dipendenza da altri, invoco la morte come una liberazione … eppure voglio vivere! Io non sono Charlie, e Charlie non è me … non posso fare confronti, ogni scelta è giusta per chi la fa per se stesso, in qualunque direzione vada. Non possiamo essere giudici, soprattutto sull’utilità di una vita. Il silenzio è la maggior forma di rispetto che possiamo dimostrare, non dovremmo mai perdere una buona occasione per tacere. Soprattutto di fronte ad un argomento così difficile. E’ coraggioso questo post, Romolo, ciao, buona serata. 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...