Già che sei in piedi, lavi anche la frutta? Ovvero, fenomenologia dell’orgoglione

Può succedere a volte che ci si senta pieni di entusiasmo e di voglia di fare. Sono fasi transitorie, a volte basta il tempo del passaggio di una nuvola, conti fino a dieci e volano via. A volte però questa voglia si fa inspiegabilmente ed irrazionalmente insistente. Diventa quasi un bisogno fisico. Come una specie di irrefrenabile prurito, la voglia di fare prende il sopravvento. E tu non puoi non seguirla.

Può capitare che questa voglia si mascheri sotto mentite spoglie come un qualcosa di conveniente. Pensi che sia una buona idea e ti lanci. La professoressa chiede chi vuole farsi interrogare e tu alzi la mano, convinto di essere preparatissimo. In ufficio il capo chiede chi vuole coprire il turno della sera e tu ti fai avanti sperando così di fare carriera. Pensi ad un tornaconto. Vuoi fare bella impressione.

Altre volte invece la maschera che assume è quella dell’alto ideale. Vuoi dare di te un’idea diversa. Vuoi fare l’eroe, partire volontario al fronte contro il nemico, vuoi dimostrare, prima di tutto a te stesso, che non sei lì a fare calcoli di piccolo cabotaggio, che non hai paura di esporti, di metterti davanti agli altri, faccia a faccia con le difficoltà. O forse vuoi fare colpo con quella del primo banco (la più carina, la più cretina, cretino tu…). Ecco, aveva ragione Venditti! Cretino tu!

Ma chi te lo fa fare! Ma cosa vai a pensare! Tanto quella lì, non te la dà lo stesso. E poi lo sai che succede? Quando dai un dito ti prendono un braccio. Quando per una volta ti rendi disponibile, la prossima la daranno per scontata. Ma soprattutto, quando hai fatto trenta ti chiederanno trentuno. Ci sarà sempre un uno in più da fare.

Ecco perché non devi pensare alle conseguenze. Vuoi fare una cosa? Falla. Ma senza pensare a nulla in cambio. E non ti credere che qualcuno ti dirà bravo. Anzi! Sarà praticamente certo che supererai quel labile confine che c’è fra il buono e l’ingenuo, fra il disponibile e il cojone. Almeno sii un cojone consapevole di quello che fa, anzi orgoglioso di quello che fa. Un orgoglione.

E se per caso, in mezzo alla cena ti alzi da tavola per prendere l’acqua, sta tranquillo che qualcuno, mentre stai per sederti nuovamente, dirà con finta nonchalance “già che sei in piedi, perché non lavi anche la frutta?

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7 thoughts on “Già che sei in piedi, lavi anche la frutta? Ovvero, fenomenologia dell’orgoglione

  1. Ricordo una striscia del fumetto Biondo e Dagoberto in cui erano entrambi a letto e lui: –Amore visto che devi andare in cucina mi porti un bicchiere d’acqua?
    -Ma io non devo andare in cucina!
    -Devi andarci se devi portarmi il bicchiere d’acqua!
    -Ah giusto!

  2. Io, quando la voglia di fare qualcosa mi sale così forte da essere ingestibile, mi scanso.
    Lascio agli altri il protagonismo. Io mi mimetizzo con la sedia dell’ufficio.

  3. Già che hai scritto un post così, ne scrivi un altro in cui mi spieghi come si smette di essere orgoglioni? 😊
    Io, nel frattempo, ti auguro buona Pasqua! 😘😘

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