Tua la Prinz senza ritorno. Ovvero, il post nostalgia

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Ci sono tanti modi per stabilire l’età delle persone. L’aspetto fisico, certamente: il colore dei capelli (chi ancora ce li ha!), le rughe in viso o sulle mani. Poi c’è il modo di vestire, la scelta di un capo piuttosto che un altro. Arrivato alla soglia dei 50 (oddio come suona male questa cosa), un’età in cui una volta eri assolutamente adulto, (oggi pure, solo che ancora non lo sappiamo o facciamo finta), mi fanno molto sorridere i tentativi di chi pensa di ingannare la carta d’identità tingendosi i capelli, tirandosi un po’ qua e un po’ là,  vestendosi in modo improbabile.

Ma al di là di ogni possibile trucco, al di là di ogni finzione, di ogni apparenza, ci sono cose che ci inchiodano e ci identificano in modo inequivocabile. Noi diversamente giovani quasi cinquantenni di oggi facciamo cose apparentemente inspiegabili, diciamo espressioni oggettivamente strane, che solo noi capiamo.

Noi che abbiamo sulla spalla quella specie di bubbone, risalente alla vaccinazione contro il vaiolo (ma sul serio non volete vaccinare i vostri figli per contrastare le lobby farmaceutiche? E ditemi, avete paura anche delle scie chimiche? E degli UFO?). Altro che lobby farmaceutiche! A noi ci marchiavano come i vitelli! ma anche noi avevamo le nostre leggende metropolitane: alzi la mano chi non ha sentito la storiella dell’amico che aveva avuto una struggente notte d’amore con una passionaria bomba sexy, che alla mattina si era dileguata lasciando nello specchio del bagno l’inequivocabile scritta “welcome to the Aids world“: è vero ti dico, me l’ha raccontata mio cugino! Perché ai nostri tempi i cugini erano importanti. E anche le cugine, a dire il vero.

Noi se incontriamo qualcuno che si è appena tagliato i capelli ancora oggi sentiamo una specie di bisogno fisico  di dargli un bel “colletto” (ovvero una sberla sul collo “nudo” ed esposto agli elementi dopo il taglio). E quando qualcuno compie gli anni abbiamo un impeto irresistibile a tirargli le orecchie.

Noi e solo noi possiamo nominare i munghi. Questo finché c’era ancora qualcuno che diceva “e chi so’ i munghi?” e tutti in coro si rispondeva “so’ li …zzi così lunghi“. Che spesso si diceva fossero amici di Eros: “e chi è Eros?” e il coro rispondeva “il …zzo coi camperos“. Ecco, mia figlia diciassettenne neanche sa cosa sono i camperos. I munghi indicavano problemi insorgenti, situazioni complicate da affrontare oppure persone particolarmente brave o comunque capaci di svolgere particolari attività. E ho detto tutto.

Noi di fronte ad una scelta difficile possiamo esclamare convinti “ma che c’ho scritto Joe Condor”? Espressione che  arriva dritta dritta da Carosello, mitica trasmissione di quando eravamo piccoli. C’era questo personaggio, a cartone animato, che combinava casini a non finire, veniva preso in castagna e diceva questa frase che su per giù voleva dire “mica so’ un cojone!” e per questo veniva poi utilizzata per indicare cosa non si doveva fare, ciò che mai e poi mai avremmo fatto, nemmeno sotto tortura.

Noi che quando passava qualcuno in motorino, ovviamente un Boxer o un Sì, rigorosamente blu, urlavamo dai facci una pinna! La pinna o impennata si faceva alzando il motorino e quindi riuscendo a camminare solamente con la ruota davanti. Solo i più bravi, quelli con maggiore dimestichezza con il mezzo, riuscivano. E più a lungo si riusciva ad andare con una sola ruota, più si dimostrava la propria bravura. Al contrario, non c’era niente di più esilarante di chi ci provava e poi finiva per terra!

Ma soprattutto noi che se per caso passava quella fatidica macchina, magari di colore verdino, ci precipitavamo addosso al primo malcapitato, tirandogli una sberla sulle spalle, urlando “Tua la Prinz senza ritorno!!!” Infatti,  se dicevi solo “tua“, l’altro poteva restituirtela. Era oggettivamente brutta e in più, la voce del popolo diceva che portasse jella. Per essere brutta era brutta. Ma non più brutta di tanti altri modelli, tipici di quegli anni, Qualcuno dice che in realtà la fama iettatoria derivasse dal fatto che avendo il serbatoio davanti ed il motore dietro in caso di incidente diventasse molto più pericolosa di altre macchine.

Ma chissà! In ogni caso, cari coetanei e soprattutto splendide coetanee: lasciate stare i trucchi, buttate nel secchio le creme e le tinture. Rivendichiamo la nostra storia, le nostre stranezze, i nostri miti. Indossiamo le Clarks, imbracciamo una tolfa, continuiamo a ballare la nostra musica e lasciamo stare i vari “scialla” o “bella pe’ te” ai pischelli di oggi. Perché tanto non saranno mai fichi, né tanto meno sexy quanto lo eravamo noi!

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12 thoughts on “Tua la Prinz senza ritorno. Ovvero, il post nostalgia

  1. Non so se è un problema… ma molte delle espressioni le conosco anche io (e le usavo).
    E non sono neanche vicino ai 50…

  2. io ho solo due anni meno di te ma un po’ di sta roba me la sono persa, con gli amici ci siamo passati (spesso ahimè lo facciamo ancora)solo le suore, fatto miliardi di pinne (io avevo il vespino,ogni tre per due partiva la frizione e le pinne erano inevitabili) però su Joe Condor dai era una cosa da gente nata nei primi anni sessanta…mica noi 😉

  3. mi dispiace di non poterti commentare sempre per mancanza di tempo ma ti leggo sempre e mi piace quello che scrivi . Ricordo bene la Prinz e ricordo anche che da adolescenti la consideravamo da persone anziane.
    Un caro saluto da una vecchia ragazza

  4. Ecco, io in questo senso sono “antica”…vado sulla scia di ciò che mi è appartenuto prima e alcune cose non le mollo, come non prendo alcune di oggi per sembrare più “pischella”.
    Comunque…mi vanno bene le mie rughette, i miei capelli che imbiancano, il punto vita che è cresciuto di 2 cm…
    E che dire della Prinz, non ha dietro ne davanti, come la guardi è sempre uguale 😀

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