Resoconto semiserio (ovvero minchione) di un viaggio a Barcellona

E quindi siamo andati a Barcellona. E potevo mai evitare di scassarvi i minchioni con un bel resoconto del viaggio di nessunissima utilità? Ma certo che no!

Allora, a Barcellona a luglio fa caldo. Ma mai quanto ne fa a Roma, quindi almeno su questo ci abbiamo guadagnato.  A parte questo, l’unica cosa che mi è dispiaciuta è che ho un figlio troppo serio: 13 anni e nessuna voglia di fare il cazzone. Non mi somiglia per niente! Perché a me sarebbe piaciuto da morire andare da un vigile urbano e fare il numero di Totò e Peppino a Milano “noio volevuam savuar lidiriss”… dai sarebbe stato fichissimo! Niente, si è opposto fermamente! E non l’ho convinto neanche con la promessa che gli avrei regalato la maglietta blaugrana (tanto lo sapeva che alla fine gliela prendevo lo stesso, come pure quella del Real e quella dell’Espanol!).

Dicevo, a parte questo, cinque giorni sono il tempo giusto per vederla per bene. Che poi, diciamola tutta, se escludiamo la Rambla, il Mercato della Boqueria, la zona del porto, la teleferica che porta al Montjuc, il Tibidabo, il Barrio Gotico e qualche Chiesa in centro, a Barcellona c’è solo Gaudì.

Ma questo non per dire che ci sia poco da vedere, perché le cose di Gaudì valgono da sole il viaggio. Park Guell, Casa Batllo, Casa Mila, palazzo Guell, ma soprattutto la Sagrada Familia che è una delle cose più fantascientifiche che io abbia mai visto. Un qualcosa da rimanere a bocca aperta per ore. Quell’uomo era un genio assoluto. Solo immaginare una cosa, sapere che non ne avresti visto la fine, lavorarci per 42 anni, lasciando ogni minima istruzione per portarla a termine è qualcosa che lascia interdetti.

Il fatto poi che abbia cominciato a costruirla lasciando volutamente ai posteri la costruzione della facciata principale mi sembra una metafora stupenda di quello che ognuno di noi dovrebbe fare della propria vita. Te la immagini in testa, cominci a costruirla, ce la metti tutta, ci lavori una vita, ne curi ogni minimo dettaglio, ma lasci agli altri la conclusione, anzi, gli lasci la parte più importante. Solo per questo Gaudì – che ammetto l’ignoranza, conoscevo pochissimo – è entrato nel mio personalissimo olimpo degli eroi, a fianco di Heidegger, Woddy Allen, Peter Gabriel, Giorgio Chinaglia e Tex Willer.

Un’altra metafora che non c’entra niente, ma che mi faceva pensare riguarda noi e gli spagnoli. Io non parlo spagnolo, loro non parlano italiano (non tutti almeno). E’ evidente però che sia molto facile capirsi: c’è poco da fare, siamo simili. Rispetto ad altre città straniere, Barcellona anche da un punto di vista architettonico somiglia ad una città del sud d’Italia (il Barrio Gotico e i quartieri spagnoli di Napoli sono gemelli separati dalla nascita). Insomma, ci somigliamo, le vicinanze e le affinità sono molte e vengono fuori in ogni occasione. Capita però che trovi quello un po’ più rigido, quello meno accogliente o forse meno disposto a venirti incontro, ecco allora che parte l’inglese. Ed è buffo che per capirsi tra simili, a volte bisogna rivolgersi ad un linguaggio altro, lontano ad entrambi. In fondo, se vogliamo nella vita è un po’ così. Anche fra vicini. Soprattutto fra vicini. Se succede un cortocircuito della comunicazione, fare entrambi un passo indietro e cercare un linguaggio diverso, uno spazio nuovo, lontano dai soliti confini, dove nessuno dei due si sente “a casa”, può essere l’unico modo per provare a capirsi.

Volevate qualche consiglio su un possibile itinerario? A parte le cose già dette, considerando che la metro è favolosa, arriva ovunque e passa con una frequenza imbarazzante (almeno per noi romani abituati a ben altri standard), vi consiglio di cercare l’albergo non proprio al centro. A meno ché non siate (beati voi) ancora negli enta e siate lì con un gruppo di amici per vivere la movida notturna, che probabilmente, oltre Gaudì, è l’altra eccellenza della città. Per mangiare non c’è che l’imbarazzo della scelta, con pochi soldi si mangia bene un po’ ovunque: tapas e paella su tutto! Per muovervi conviene prendere il biglietto con 10 corse: costa 10 euro (la singola corsa 2,20) ed è sicuramente più conveniente anche dei biglietti giornalieri (circa 5 euro), anche perché le cose da vedere sono molto concentrate in determinate zone, quindi non è che serva poi prendere tutti questi mezzi.

Consiglio conclusivo, per gli amanti del calcio ma non solo, non si può non andare a visitare il Camp Nou: tre ore ben spese, in particolare nel museo interattivo che con oltre 100 video a disposizione, ti dà la possibilità di rivedere alcune fra le immagini e fra i goal più belli in assoluto della storia.

 

 

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5 thoughts on “Resoconto semiserio (ovvero minchione) di un viaggio a Barcellona

  1. Quando leggo minchione ti devo leggere per forza, è sempre il perfetto contraio…infatti una “stupenda” minchionata che compensa la poca leggerezza del figlio 🙂
    Comunque…bella vacanza! E per forza credevi di essere a Napoli, in Spagna ancora girano i Borboni 😉

  2. Bello il tuo articolo. Io a Barcellona ci andai con i miei genitori da bambinetta e vidi per la prima volta 2uomini baciarsi e parliamo degli anni 96.97 al massimo, non ti dico le risate dei miei….poi ci ritornai per il viaggio post maturità con le amiche e vabbe lì ne abbiamo viste tutte delle belle!!!!! Un abbraccio

  3. Ad averlo saputo prima! 🙂 Però mi sembra che l’essenziale turistico lo abbia visto…il bello di Barcellona poi è la vita di tutti i giorni e lo stile di vita tranquillo, che paragonato ad altre grandi città europee – Italiane incluse – rimane al top!

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