Storia di una puttana per bene

Un’ altra svolta, un bivio sulla strada, il tempo ti afferra per il polso  e ti dirige per la strada da prendere. Quindi fai del tuo meglio per superare questa prova e non chiederti il perché, non è una domanda, ma una lezione imparata con il tempo.

Perché non era andata bene con lei? Non  lo so. Jenny era uno schianto. Erano mesi che non la vedevo e mentre mi parlava al telefono non riuscivo bene a concentrarmi sulle sue parole. Non ci riuscivo perché in realtà non la stavo ascoltando, perché volevo ricordarmi il motivo per cui era finita fra noi, forse prima ancora di cominciare. Allora? Me la dai una mano? Che avrei potuto rispondere? Non avevo assolutamente sentito quello che mi aveva detto, ascoltavo le sue parole, ma non riuscivo a metterle in fila in modo da fare un pensiero finito. Un po’ come quando ascolti una canzone inglese. Avevo seguito la musica, la melodia, il suono delle sue parole. Ma non avevo capito assolutamente nulla. Ma ad una domanda così, cosa avrei dovuto rispondere? Ma sì, certo che ti aiuto!

Avevo conosciuto Jenny in una discoteca a Testaccio una calda estate di un paio d’anni prima. Ci frequentammo molto per qualche mese, poi la storia finì, senza un motivo. O forse sì, ma quella sera non me ricordavo. E non era certo perché lei fosse una puttana. No, non era quello. Da cliente ero diventato amico, uscivamo insieme quando non lavorava, stavamo bene. Certo, pensavo che avrebbe meritato di meglio. Una con la sua testa e con il suo corpo avrebbe assolutamente meritato qualcosa di meglio. Ma allora perché ci eravamo allontanati? Forse, banalmente, perché non ci avevo creduto. E del resto, come si fa a fidarsi di una così?

E comunque la mano che mi chiedeva era molto più semplice e molto più complicata di quello che mi ero immaginato. Non si trattava di picchiare nessuno, non dovevo difenderla da chissà quale maniaco. Jenny non aveva protettori, se la cavava egregiamente da sola. Quindi, ho capito bene: devo venire a pranzo con te e fare finta di essere…tuo marito?  Mi guardava con quell’espressione dolce ed irritata insieme, come una maestra che deve ripetere la lezione all’alunno un po’ tonto. Adesso non esageriamo. Basta che fai capire che sei il mio compagno. I miei sono all’antica, ma non credo se la berrebbero che sono addirittura sposata. Ah, a proposito, il mio nome vero è Carla. Vedi di non sbagliarti!

I suoi, due simpatici vecchietti abruzzesi, la vedevano poco. Da quanto mi aveva raccontato lei li andava a trovare al loro paese un paio di volte l’anno, ma loro non erano mai venuti a Roma. Lei gli aveva detto che lavorava in un call center che gli imponeva orari assurdi, con turni notturni che non le consentivano una vita normale. Ma quel fine settimana lei compiva trent’anni e non aveva potuto impedire loro di venire. Anche per fargli finalmente conoscere questo misterioso Michele. Che poi sarei stato io. E così mi trovai a passeggiare per il lungomare di Ostia, mano nella mano con Carla che se fosse stato possibile era ancora più bella di quanto ricordassi. E mi piaceva molto quella scena. Mi piaceva prendere l’aperitivo in quel baretto con il sole di maggio che già abbronzava e il profumo del mare portato dal vento. Mi piaceva chiacchierare con suo padre e mi piaceva il modo in cui ci guardava sua madre.

Stava andando tutto alla grande. Finito il pranzo la madre di Carla si alzò per andare in bagno, quando si avvicinò al nostro tavolo un coatto che forse avevo anche già visto da qualche parte. Quel che è certo è che lui avevo già visto la mia improvvisata fidanzata e con fare mellifluo cominciò a fare allusioni, neanche troppo velate, alle presunte abilità di Jenny. In altre situazioni avrei risposto a muso duro, pretendendo delle scuse. O forse avrei fatto qualche battuta ironica, consigliando il tipo di evitare l’alcol, se gli provocava dei palesi fraintendimenti come quello lì. Il problema è che non avrei potuto pretendere delle scuse, né mi venne alcuna battuta ironica. Così mi limitai ad alzarmi e a colpirlo con una capocciata sul naso, facendolo stramazzare al suolo. Nel parapiglia seguente Carla prese i suoi e uscì in fretta e furia, mentre io allungai un po’ di soldi al proprietario del ristorante per calmare la cosa.

Scusatemi, ho perso la calma. Mi dispiace che quest’episodio ci abbia rovinato questa bellissima giornata, dovevano essere le mie scuse, mentre in macchina riportavamo i suoi alla stazione dei pulmann. Michele, non devi scusarti. Anzi, oggi sono più tranquilla perché abbiamo visto quanto ci tieni a nostra figlia, rispose la mamma, chissà quanto convinta di quello che aveva appena detto. E se già non avessimo avuto dubbi sulla reale percezione di quella giornata, l’ultima pulce la piazzò il papà, al momento dei saluti, Carla hai notato che quell’ubriaco, scambiandoti con chissà chi, ti ha chiamato Jenny. Ma non era il soprannome che usavi a scuola? Che strana combinazione.

Mi dispiace, provai a dire quando rimanemmo soli. E di cosa? Devo ringraziarti invece, non capita spesso che qualcuno sia disposto a prendere le mie difese, sei stato un fidanzato perfetto. Anzi, in questa recita sei stato un attore perfetto per i miei, ma almeno ora loro sono tranquilli. Peccato fosse solo una recita... Mi piaceva come mi guardava mentre lo diceva, mi piaceva da morire e improvvisamente capii perché  la nostra storia si era interrotta.  Non era vero che non avevo avuto fiducia di lei. Jenny, anzi Carla meritava qualcosa di meglio di quella vita. Ma finché si accontentava di essere una puttana, probabilmente si sarebbe accontentata anche di uscire con me. Il salto di qualità che l’avrebbe portata via da quel locale, inevitabilmente l’avrebbe anche portata via da me. Ero scappato perché non mi fidavo. Ma non di lei. Non mi fidavo di me.

Ma tu domenica prossima ci torneresti al mare con me?

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