Danzando sul ciglio di un vulcano

The music’s playing, the notes are right. Put your left foot first and move into the right. The edge of this hill is the edge of the world. And if you’re going to cross you better start doing it right. Better start doing it right!

Sarà stato aprile. O maggio. No, era aprile. Una calda serata di un giovedì di aprile. Solita partita a calcetto, solita sudata e conseguente inappetenza e insonnia da accumulo di adrenalina. Avevamo ancora il piumino, perché Ale terrebbe il piumino anche ad agosto.

Mi sveglio intorno alle due, sudato come un piede dentro uno scarpone da sci, con una sete come mi fossi ciucciato una clessidra con tutta la sabbia. Mi alzo mezzo rintontito e senza accendere luci per non svegliare nessuno passo per il bagno per fare pipì. L’ultima cosa che ricordo è che stavo lì, di fronte al water. Mi risveglio per terra, con Ale che nel frattempo ha sentito un botto (ricostruendo poi il mio capoccione, anzi la mia mascella che sbatte sulla porta). Mi aiuta a rialzarmi in piedi e mi accompagna in cucina, ma intanto mi gira tutto, non riesco a svegliarmi? No, sono sveglio, solo che non riesco a parlare. Sudo, ma ho freddo, le provo a spiegare, ma le parole non mi escono, strascico come fossi ubriaco e penso quanto sia comica questa situazione. Vedo tutti pallini. Erano anni che non vedevo i pallini! E l’ultima volta (sarà stato il capodanno di antanni fa) aveva un bel sapore di pino. Sono seduto in cucina, provo ad alzarmi, ma non ci riesco, inciampo e mi rimetto seduto.

Forse la situazione non è così comica come mi era sembrato.

Infatti vedo chiaramente la sua espressione terrorizzata e quella è la cosa che mi fa capire che non sono ubriaco e che non c’è niente da ridere. Ed è allora, quando le gambe non rispondono e la lingua non ubbidisce, quando ti senti quasi in un sogno da cui non riesci più a svegliarti che un pensiero stranamente molto chiaro si fa strada nella tua mente. Capisci quanto sia facile morire.

Sarebbe bello poter raccontare che ti passa per la mente la tua vita, le partite a subbuteo con Enrico, le lezioni di guida con Edo, le corse dietro al motorino di Dario, i primi baci, le partite di calcio, le cose belle e quelle brutte, il giorno del matrimonio e la nascita dei figli, la morte di mamma e Andrea e tutto il resto. Cazzate. In quei momenti non ti passa per la mente proprio un bel nulla. La sensazione è quella di danzare sul ciglio di un vulcano. Capisci che ci manca poco, che basta un attimo e cadi giù. Basta un nulla e finisce tutto. Tutto e nulla.

Ale mi dà qualcosa che riesco a buttare giù (poi mi dirà che era semplicemente acqua e zucchero, ma per me poteva essere anche una pozione magica) e pian piano ho come l’impressione di tornare da un viaggio fuori me stesso. Nel giro di una manciata di secondi spariscono i pallini e con loro la sensazione lisergica. Ricomincio a parlare in maniera comprensibile e non dico che sarei in grado di improvvisare un passo double di danza, ma almeno riesco a tornare a letto camminando normalmente.

Il dottore il giorno dopo mi disse che non era stato nulla. Forse un collasso, probabilmente causato da una carenza di liquidi. Ovviamente la mia ipocondria mi avrebbe suggerito di sottopormi a tutte gli esami clinici conosciuti, ma mi fidai di lui e in effetti dalle analisi del sangue non risultò nulla.

Da quell’episodio mi rimase la mascella fortemente indolenzita per una settimana. Ma soprattutto la sensazione, poco piacevole, che non possiamo programmare e pianificare il futuro come vorremmo. Che basta un nulla per farlo essere diverso rispetto a quanto avevamo previsto.

Ed è vero che, non bisogna aver paura di nulla, tranne “che il cielo ci cada in testa” (cit.), ma è anche vero dell’altro. Che la vita è bella e fragile e breve.

È troppo breve “per provare ad imparare il tedesco” (cit.), ma anche per sprecarla appresso alle minchiate che ci angustiano le giornate.

Troppo fragile per pensare di essere eterni.

Troppo bella per sprecare anche un solo giorno, per non provare ad amare con tutto l’amore possibile, per trascurare anche una sola amicizia, per rinunciare anche ad un solo sogno da inseguire.

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11 thoughts on “Danzando sul ciglio di un vulcano

  1. Molto vero e concordo, purché il non voler sprecare nulla non diventi frenesia. Amare sì e si ama tanto con gesti concreti quanto coltivando la vita interiore e donandone il profumo. Avendo cura di sé, come ci ha detto già il 19 marzo il nostro amato Francesco. “E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso, figlio di un cielo così bello, perché la vita è adesso” canta il buon “Cucaio” Baglioni. Circa il rivedere tutta la propria vita, credo profondamente che accada, ma un momentino seguente a quello vissuto da Romolo, nel quale gli è stato possibile soltanto prendere atto di quanto è fragile e transitoria la vita terrena in questo corpo esile. Un momentino dopo si rivede di certo anche tutta la vita nella luce del nostro Dio che è amore: con verità, profondità, lucidità, pare anche umorismo, fermezza e dolcezza insieme.
    Grazie, Romolo, per questo bel contributo. E benedetta Ale che ti ha dato acqua e zucchero in quella notte di aprile!

  2. un tempo avrei condiviso in pieno le tue conclusioni e il percorso per arrivarci, poichè mi sono capitati lunghi periodi in costante ‘allerta ipocondriaca’. solo mi sono accorta che invece la vita non finisce mai, nè la nostra nè quella di nessuno e allora tutto ha preso un senso ancora più ampio e più rasserenante. ma naturalmente questi momenti ‘pausa di riflessione’ nel viaggio della vita sono i benvenuti e servono, giusto per fare un piccolo bilancio e poi riprendere la rotta. buona giornata di viaggio, a tutti.

  3. Pingback: Discettando sull’orlo del precipizio « Viaggi ermeneutici

  4. Forse perché sono atea, forse perché sono *esistenzialmente* precaria (alla mia età un lavoro con scadenza dopo l’altro, un monolocale in affitto, la condizione da single tendono a far percepire una non progettualità generale o, meglio, un “non legame” che talvolta affascina, talvolta disorienta), ma sono anni che sono ormai arrivata all’idea che invece di preoccuparsi del “dopo”, dell’eventuale mondo altro successivo al nostro vagare su questa terra o anche solo di morire, dovremmo preoccuparci di vivere, qui, adesso, oggi.

  5. Pingback: Time is on my side | Viaggi Ermeneutici

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