Ancora sulla banalità del male

Pur evidentemente con le grandi differenze che le separano, due tragiche notizie si sono accavallate in questo triste week end. La follia che scatena la strage di ragazzi norvegesi ed l’autodistruzione di una giovane cantante rock. Che hanno in comune queste due notizie? Che hanno in comune i due protagonisti?

Da una parte c’è un norvegese pazzo, un maniaco che non riuscendo ad essere nessuno, ha pensato di diventare famoso (parole sue), come il “mostro” peggiore dai tempi della seconda guerra mondiale.

D’altra una cantante con una voce meravigliosa, che con soli due dischi ha venduto più di 10 milioni copie, che poteva diventare davvero la numero uno e lasciare una traccia imperitura nella storia della musica.

Il primo schiacciato dalla sua mediocrità, la seconda dalla sua genialità. Entrambi alla ricerca di una via alternativa, folle, distruttiva, che in qualche modo fosse una via di fuga dalla realtà, evidentemente non più tollerabile, se entrambi sono stati capaci di gesti così atroci e disperati.

E certo sarebbe stato molto più rassicurante, molto più accettabile se la strage norvegese fosse figlia di qualche macchinazione politica, se dietro avesse un terribile complotto internazionale, magari figlio di un qualche nemico.

Sarebbe stato molto più consolante se la povera Emy avesse avuto una qualche terribile malattia o che so, qualche sofferenza nascosta, un’infanzia difficile, una motivazione qualsiasi per buttare via la sua giovane vita e tutto quello che avrebbe potuto essere.

E invece no.

In entrambe la situazioni dobbiamo arrenderci all’evidenza dei fatti.

Alla cruda, quanto spietata banalità del male (avevo già scritto proprio lo scorso anno in un’altra nota, su questa celebre affermazione della Hanna Arendt). Che non ha motivi, non ha significati, non ha fini, né ragioni. E che per questo ci vede inermi e disarmati, come quei poveri ragazzi norvegesi. Non c’è prevenzione, non c’è un qualcosa che avremmo potuto fare per prevenirlo. La madre della cantante che dice che si aspettava quella notizia esprime la stessa disperata rassegnazione dei sopravvissuti dell’isola maledetta che continuano a ripetere, “che potevamo fare?”

E certo, se la nostra prospettiva è l’eternità, forse tutto può essere inquadrato in un contesto diverso, nel quale Qualcuno avrà la forza e la pazienza di cercare ragioni e di svelare motivi. Di dare una redenzione, alle vittime ed ai carnefici, di dare ed ottenere perdono.

Oppure amici miei? Oppure?

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