Limiti e confini

Nei manifesti pubblicitari del Gay Village di Roma capeggia uno di quegli slogan che vorrebbero essere tanto fichi. Quegli slogan che vorrebbero evocare significati alternativi, disegnare orizzonti diversi, immaginare mondi  anticonformisti. E invece, probabilmente proprio al contrario di quello che avrebbero voluto esprimere i creatori, è una perfetta riproduzione della mentalità corrente, di quello che più o meno coscientemente pensa la massa delle persone. Massa non solo come maggioranza, ma proprio nella peggiore accezione del termine, come insieme indistinto, banale, scontato, meschino e calcolatore.

Lo slogan in questione dice su per giù “Abbiamo confini, non abbiamo limiti”.

E questa sarebbe la rivendicazione della diversità?

A me sembra proprio che tutti vogliano i confini e nessuno vuole limiti.

Il razzista fissa i confini del suo territorio, per far sì che l’altro ne sia fuori. E per farlo non ammette limiti.

Il manager rampante stabilisce confini fra la sua vita (e magari la sua etica) privata e la sua carriera pubblica. Nel farlo spesso non vuole limiti.

L’uomo che non guarda al di là del suo naso, che sta giornate, mesi, anni a rimirare il proprio ombellico stabilisce con ferma tenacia i proprio confini, invalicabili da vicini o lontani. Ovviamente alle sue masturbazioni (intellettuali e non) non può e non vuole porre alcun limite.

Ma insomma, passiamo ad un piano metafisico. L’egoismo fissa confini, chiari e ben definiti. E per farlo non ammette e non riconosce alcun limite.

Sarebbe interessante riflettere del perché, proprio una “comunità” che fa dell’orgoglio della diversità ed insieme della richiesta di uguaglianza, scelga, magari inconsciamente, di farsi rappresentare da uno slogan massimamente conformista come questo.

Ma davvero il conformismo alla “mentalità del mondo” è la strada migliore per arrivare ad alcuni sacrosanti diritti fino ad oggi negati? Non so rispondere, in ogni caso invece penso che a volte per essere originali non basta mettersi piume di struzzo e vestiti sgargianti, se poi, alla fine della fiera, si è tali e quali a quelli da cui avremmo voluto distinguerci.

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