Che papà vuoi essere?

Nient’altro come i figli ti cambia la prospettiva della vita. O almeno, questa è la mia esperienza, ma non credo di essere molto originale in questa cosa. La vita cambia continuamente: cambiano le amicizie, gli obiettivi, le taglie, i gusti, le opinioni, ma niente riesce a cambiare le cose come l’arrivo di un figlio. Perché ti cambia il punto di vista, cambia l’angolazione. Non sei più tu il centro, non sei più tu la sostanza, il cuore, l’essenza del tuo tempo. E se ancora lo sei è solo perché strumentalmente serve a centrare meglio l’obiettivo. Che non sei più tu.

In questo discorso non credo faccia molta differenza essere madre o padre. Anche se forse una differenza c’è (qualcuno dice che madri si nasce e padri si diventa, ma non so se essere completamente d’accordo). Quello che sicuramente fa differenza è la declinazione concreta di questo principio. C’è chi vuole che suo figlio diventi un uomo affermato, realizzato nel lavoro e pieno di soldi e chi gli insegna l’onestà, perché l’onestà prima di tutto. Chi vuole che diventi il numero uno, perché non c’è posto per i secondi e chi non gli insegna nulla perché ognuno deve trovare la sua strada da solo. Chi lo porta allo stadio e ai concerti rock e chi lo segue passo passo. Chi vuole fare l’amico e chi pensa che si impara solo sbagliando. Chi ha paura di sbagliare e chi è sicuro di essere nel giusto. Chi fa troppo e chi troppo poco.

Ma forse, se volessimo provare a fare una grande suddivisione di cui tutte le altre sono solamente dei sottoinsiemi, direi che la differenza più grande è fra chi vuole che i figli realizzino i sogni che noi non siamo riusciti a concretizzare e chi invece gli lascia inseguire i loro (che molto spesso non coincidono con i nostri).

Per questo sono rimasto senza parole leggendo questo articolo del Messaggero. Cosa voleva insegnare questo papà? Cosa ha trasmesso a questo figlio? Cosa pensava di fargli comprendere? In effetti per portare la macchina bisogna fare un esame (anzi due), per andare a pesca bisogna chiedere una licenza, per raccogliere funghi è necessario superare un test. Per diventare padre (o madre) no. E questo forse è un problema. Un grande problema.

 

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Eravamo quattro amici al Var

Ma non si parlerà di calcio. Anche se due parole sulla Lazio che fa 4 pappine al Milan (scusa se ci torno su, Agnese), andrebbero dette. Si parlerà invece di uomini e donne. Maschi e femmine soprattutto. Insomma i recenti fatti di cronaca mi hanno fatto venir voglia di intrattenervi sulla Var.

O sul Var. Già questo fatto che non si sa quale sesso abbia è abbastanza intrigante. Che poi a pensarci bene: è una cosa che riesce a vedere le sfumature, che sta lì pronta a rivelare gli errori, anche i più piccoli, che senza farsi sentire influenza le decisioni…ma è chiaro che sia femmina! Un maschio non sarebbe mai in grado, su ammettiamolo. Quindi stabiliamo la prima cosa: si chiama la Var e non il Var.

Ermeneuticamente parlando poi, la questione si presta a mille sfaccettature. Un apparecchio che in tempo reale ti dice cosa è giusto e cosa no, che in pochi secondi è in grado di farti tornare indietro su una minchiata appena commessa. Ma ci pensate quanto sarebbe comodo nella vita di tutti i giorni? Quante possibilità in più avremmo! Hai un dubbio e non sai che pesci prendere? Chiedi alla Var. Hai fatto una cavolata? Niente paura, la Var ti avvisa e tu rimedi. Ti sei perso un dettaglio determinante? Vai dalla Var e te lo fa vedere lei!

Il guaio è che spesso invece quando stiamo sbagliando nessuno ce lo dice. Perchè nel mondo di tutti i giorni la Var non esiste e spesso quella correzione fraterna che dicevano le letture di domenica scorsa, diventa un modo per spacciare le proprie idee per verità assolute, confondendo le proprie idee con i fatti reali.

Invece la Var dice sempre la verità, perché ti fa vedere le cose come sono realmente accadute. Nessuna possibile interpretazione, i fatti, puri e semplici, nulla di più e nulla di meno. Certo, poi ci sarà sempre il rosicone della situazione (il più delle volte, ma non sempre, romanista) che riuscirà anche a contraddire la realtà, che negherà l’evidenza ottenebrato dalle sue convinzioni. C’è anche chi pensa che un Carabiniere in servizio possa accompagnare a casa con una volante di servizio una ragazza ubriaca, approfittarsi di lei, per poi giustificarsi dicendo che il rapporto era consenziente. Con tipi simili non c’è Var che tenga. Forse neanche se Var fosse stato maschio.

Di mamme, di figlie e di asteroidi

Posto che una pubblicità coglie nel segno quando se ne parla è indubbio che la recente pubblicità del Buondì Motta sia un vero caso di successo. Potremmo addirittura definirlo un crack, un boom, insomma ha colto il bersaglio. Anche troppo, a dire il vero.

Perché ovviamente si sono subito alzate le polemiche per il presunto cattivo gusto della situazione: moralisti, psicologi, associazioni familiari, è stata una vera e propria levata di scudi. Il profilo Facebook della Motta è stato subissato di critiche, anche molto violente, che chiedevano a gran voce di ritirare lo spot. Sono tornati fuori quegli argomenti sui limiti che dovrebbe avere una comunicazione televisiva, cosa è lecito e cosa no, censura e libertà di espressione. Temi già trattati, anche in questo minchionissimo blog, a proposito ad esempio della satira (Aridatece il Minculpop).

In questa situazione però io mi domando una cosa: è giusto far morire così una mamma davanti alla propria figlia che ti sta appena chiedendo “una merenda leggera, ma decisamente invitante, che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità“? E dai, su! Al limite allora, se proprio dovevate, io l’asteroide l’avrei fatta cadere sulla bambina scassaminchioni!

Chi l’ha detto che non sarà proprio così?

Per il mio amico fraterno…coraggio, come diceva la nostra amata Natalia, chi l’ha detto che non sarà proprio così?

Viaggi Ermeneutici

Di fronte alla morte non ci sono parole. C’è rassegnazione e rabbia, tristezza come dicevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/10/19/tristezza-nera-nello-stomaco/ . Parole no, non ce ne sono. Né di consolatorie, né di opportune.  A volte meglio tacere. Esserci e tacere. Se proprio si vuole dire qualcosa, allora forse meglio affidarsi alle parole di chi è senza dubbio più bravo di me.

“Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita, ma mai nello stesso modo: difficile ricordare tutte le forme e i paesaggi e i colori che ha preso dentro di noi l’idea della morte nel corso degli anni e tutti i sentimenti che ha destato nel nostro animo; è l’idea più mutevole che si possa avere; non c’è niente in noi che sia mutevole come l’idea della morte.

A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. Ascoltiamo quello che dicono gli altri. Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in…

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La paura e la speranza

La scena dello sgombero di Piazza Indipendenza con le cariche della polizia, il lancio di bombole, le madri che fuggono con i bracci i loro figli, è stata un cazzoto nello stomaco. E’ come se quegli idranti avessero colpito anche me: una guerriglia nel centro di Roma è l’immagine che qualcosa è saltato, gli equilibri (precari) sulla civile convivenza non ci sono più. E’ difficile stabilire responsabilità: è necessario, ma allo stesso tempo inutile. Necessario perché chi ha sbagliato (per negligenza, per omissione, per eccessi, per interessi di parte) deve pagare. Inutile perché probabilmente l’individuazione dei responsabili non porterà ad una soluzione.

Aiutiamoli a casa loro, aiutiamoli qui, chiudiamo le frontiere, accogliamo tutti: una soluzione reale, concreta, risolutiva, non c’è. C’è una massa di disperati, affamati, sfruttati, che si riversano qui. E noi non abbiamo i mezzi, la possibilità, le capacità di accoglierli senza che questo venga a modificare il nostro modo di vivere, senza toccare i nostri diritti (visto da noi) o forse i nostri privilegi (visto da loro).

Su questa situazione apparentemente irrisolvibile, su questo scontro di interessi inconciliabili, prolificano le mafie dei trafficanti di uomini, degli sfruttatori a tutti i livelli e si sviluppano gli estremismi dell’una e dell’altra parte. Ma se non vogliamo lasciare il campo a loro, se non vogliamo che l’ultima parola la dicano i vari Trump o i Califfi di sorta, facendo sì che questo conflitto diventi scontro di civiltà, servirebbero soluzioni nuove, radicali. Servirebbe un piano Marshall per l’Africa, investimenti seri che nessun paese da solo riuscirebbe a realizzare, ma che l’Europa nel suo complesso non potrà non fare, se vuole sopravvivere.

Soprattutto bisognerebbe ridare una speranza a questa massa di derelitti. Per loro e per noi, perché contro la disperazione non ci saranno idranti, cannoni o muri che terranno. E non può essere la speranza di un’altra vita a farli sopportare quella di oggi: serve una nuova speranza in questa vita qui, per trasformare l’oggi in una promessa del futuro.

Infine penso che – anche solo come primo passo – nessuno dovrebbe dimenticare quel briciolo di umanità, sepolto nelle paure e diffidenze reciproche, ma che resta dentro di noi. Dentro ognuno di noi.

L’infanzia in un tag

La mia amica Fulvia mi ha coinvolto in questo giochino di mezza estate che ci riporta a solleticare i ricordi dell’infanzia. Le regole del gioco:
– Usare l’immagine del tag
– taggare e nominare l’ideatore
– Elencare usando anche delle immagini almeno 5 giochi/oggetti legati alla vostra infanzia (da 0 a 12 anni max)
– Nominare, taggare e avvisare almeno 5 amici blogger

Il primo gioco che mi ricordo sempre presente (e lo è tutt’ora) nei miei momenti di svago è stato il pallone. Ce ne erano diversi. Il più comune era il supertele

palloni leggerissimi, che uniti ai nostri piedi non ancora affinati dalla tecnica creavano delle traiettorie che sfiovano le leggi della fisica. In pratica, andavano dove volevano loro! Poi venne il supersantos

Un pallone ancora molto leggero, ma che aveva già un suo perché. Ma il non plus ultra arrivò con i mondiali del 78 in argentina: il mitico tango!

Costava un sacco di soldi (per le nostre misere finanze di bambini…ma se non ricordo male comunque 10 volte in più degli altri due), ma era quasi un pallone serio. Pur essendo di plastica aveva una consistenza che ricordava molto i palloni di cuoio e con questo si riusciva a giocare partite quasi vere!

Al secondo posto metterei i fumetti. Forse non sono proprio un gioco, ma sicuramente erano, dopo il calcio, il mio passatempo preferito. E lo sono tutt’ora, visto che ogni mese (con somma gioia della mia dolce metà che non sa più dove metterli) compro ancora il mitico Tex

Questa è la copertina del numero uno. In realtà quando cominciai a comprarli io (intorno al numero 120, ma poi trovai tutti gli arretrati) costavano 350 lire! E poi Zagor, Mister No, l’Uomo ragno, Thor, I Fantastici 4, la mia infanzia era piena di nuvolette!

Al terzo posto fra i giochi metterei i soldatini. Ci ho giocato tanto, soprattutto con quelli dell’Airfix, che riproducevano gli eserciti della seconda guerra mondiale. Di seguito quelli dell’Africa Korps del generale Rommel, fra i miei preferiti

I soldatini appartengono al periodo delle elementari, poi arrivò lui e sbaragliò ogni concorrenza. Quando ancora i giochi elettronici erano alla preistoria (c’era una specie di tennis, ovvero due barrette che si muovevano verticalmente e facevano rimbalzare una specie di pallina….due palle) lui era il re di tutti i giochi….il subbuteo!

Avevo una cinquantina di squadre e il panno del campo era inchiodato ad una tavola di compensato che tenevo dietro la porta della stanza. Ci giocavo ore ed ore e quanto mi divertivo!

Per ultimo, come capofila dei vari giochi da tavolo che rallegravano i pomeriggi di pioggia e le serate a casa, nomimo il Risiko, fra tutti secondo me il più divertente (anche se capace di risvegliare gli istinti più infami e perversi anche della persona più buona!)

Chi è che non ha sognato, almeno una volta di andare nella Kamchatka?

E ora devo taggare almeno 5 amici. Allora nomino

https://pindaricamente.wordpress.com/

https://cazzeggiodatiffany.wordpress.com/

https://musicfortraveler.wordpress.com/

https://shockanafilattico.wordpress.com/

https://ameliereality.wordpress.com/

Ma ovviamente chi vuol partecipare si accomodi pure!

Un, due, tre…Ferragosto!

Nel mezzo del’estate più calda che io ricordi (e me ne ricordo parecchie, anche assai bollenti, ma nessuna peggio di questa), mi capita più che mai di trovare refrigerio all’ombra di una frasca, con il mio fedele kindle o con il tablet in mano, a leggicchiare qui e là.

Leggo libri, giornali, blog. E quindi, come orami sta diventando tradizione, mi sono detto che bisognava assolutamente scassare i minchioni ai miei amici blogger, chiedendo e offrendo un nuovo terno ferragostano. Tre post, di meno sono pochi, di più sono troppi. Fate conto che io non conosca il vostro blog e consigliatemi tre post che secondo voi valga la pena leggere. Quelli dimenticati dal tempo, ma che da soli valgono il tempo che voi avete speso per scriverli e che noi spenderemo per leggere. E se li ho già letti pazienza.

Io vi propongo un post scioglilingua Ode cacofonica, un post similfiabesco Posso uccidere il Ciciarampa ed uno minchionfilosofico Elogio della bruttezza.

Mi raccomando, partecipate numerosi!