Il mandato esplorativo. Ovvero attenti al moviprep

Tempus fugit! Ebbene sì, sono già passati due anni , da quello che raccontavo qui. E a due anni di distanza domani mi tocca un’altra volta: colonscopia e gastroscopia. “Sei preoccupato” “Ma no. Spero che useranno due tubi differenti!” Poi in realtà durante l’esplorazione mi farò una bella dormita, quindi non dovrebbe essere poi così drammatico. Quello che è stato drammatico, così come fu la volta scorsa, è stato questo pomeriggio che ha preceduto la prova.

E per questo mi sento di darvi un suggerimento. Se mai vi venisse in mente di bere dell’acqua con dentro delle bustine di moviprep, non lo fate. Se si insinuasse in voi questa voglia, lasciatela andare. Rimarrete con questa curiosità? Pazienza, ve ne farete una ragione. Ve lo dico con cognizione di causa. A meno ché non siate costretti dagli eventi (come in questo caso il sottoscritto), se qualcuno dovesse chiedervi “Caro vogliamo provare di che sa questo moviprep?” voi opponete un fermo e risoluto “no grazie”.

Perché mai dovreste berlo? Non so, la gente fa cose strane. Fra gli adolescenti statunitensi si sta diffondendo questa strana mania di sniffare i preservativi al punto da farseli uscire dalla gola, non mi stupirei se un domani andasse di moda fare dei cocktail con il moviprep. Voi comunque opponetevi, mi raccomando. Con viva e vibrante fermezza dite no. No pasaran! Not in my name!

Insomma, mentre Mattarella ha dato un mandato esplorativo per fare il governo, io lo darò ad una simpatica gastroenterologa. Sicuramente meglio della Casellati. Che poi, in definitiva, si tratta su per giù di sguazzare nella stessa materia!

 

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Manda anche tu un attestato-di-stima© (This little light of mine, I’m gonna let it shine)

La mia amica nonché socia (anni fa scrivemmo insieme un romanzo, esattamente quello che vi raccontavo qui) Letizia,  con la brillantezza e l’intuito che la contraddistinguono, ha istituito per sabato scorso “la giornata mondiale della stima”, invitando tutti quanti a telefonare o scrivere a una persona a cui non abbiamo mai detto che la stimiamo per qualcosa che sa fare o per quello che è, offrendole così un attestato-di-stima©.

L’iniziativa è talmente lodevole che non poteva finire in una giornata e quindi con un atto di imperio assolutamente arbitrario, ho deciso di estendere la cosa nominando questa Settimana mondiale della stima. Non servono grandi attestati, non serve premiare azioni stratosferiche. Anzi, il bello è individuare l’eccellenza nel quotidiano, la cura con cui qualcuno fa qualcosa che gli altri fanno in modo automatico. Perché ognuno di noi ha un’attenzione particolare nel fare o nell’essere qualcosa che può sembrare insignificante. Ma che invece insignificante non è. Un qualcosa che noi amiamo, a cui ci siamo affezionati, perché sappiamo che fa parte di quella persona, ma che magari non abbiamo mai riconosciuto.

Troppo facile dare attestati di stima per chi sa suonare, ballare, cantare o ha una cultura straordinaria. No! Nella settimana mondiale della stima dobbiamo trovare l’essenza, la sostanza profonda. E quella, paradossalmente, la si trova nei particolari apparentemente futili. Nella cura per gli abbinamenti cromatici, nel gusto per l’accostamento fra il cibo ed il vino, nel modo di guardare le cose, nella capacità di ascoltare, nella memoria di chi non si dimentica, nell’abilità del dire la cosa giusta nel momento giusto, nella sapienza dei silenzi che testimoniano la presenza, nella saggezza del dare il giusto peso alle cose, nella larghezza di vedute di chi non giudica, nell’ironia di chi ha sempre la capacità di farci sorridere.

Se vuoi bene a qualcuno, se l’affetto si fonde con la stima, devi sottolineargli queste particolarità, perché devi aiutarlo a tirar fuori la migliore versione di sé. Prima di tutto deve stimare se stesso, deve volersi bene per quello che è. E questo si può fare partendo da quello che dovremmo saper fare meglio di chiunque altro: essere noi stessi! Chi fa piccole cose belle potrebbe pensare che il mondo non se ne accorga e potrebbe scoraggiarsi nel farle, arrivando a ritenere che sia tutto inutile, che non ne valga la pena. E invece non è così, non è affatto così! Ecco perché il nostro attestato-di-stima© è fondamentale. Arriverà luminoso ed inaspettato come il fiorire del ringosperma, come un goal al 71, come una nuova canzone di Springsteen e renderà speciali queste giornate primaverili, risollevando l’umore di quella persona che stimate.

This little light of mine, I’m gonna let it shine, This little light of mine, I’m gonna let it shine, This little light of mine, I’m gonna let it shine, Let it shine, let it shine, let it shine

 

 

Mi innamorerò di te (forse sì o forse no)

“Il gioco è un invito rivolto a un altro soggetto, che liberamente sceglie se accoglierlo o rifiutarlo; un volta stabilita la relazione, l’identità di ogni partecipante è messa in discussione: il soggetto si abbandona, si perde e può ritrovarsi unicamente interagendo con gli altri.”

Quello che scrive il mio amico Redbavon sul gioco, potrebbe essere replicato per le relazioni amorose. Quando ti innamori di un’altra persona la scegli, lei su un milione e speri che a sua volta lei ti scelga. Per attrazione, per stima, per affetto, perché hai dei valori condivisi, delle prospettive simili, degli obiettivi comuni. Anche solo per affinità. E quando scatta questa scintilla reciproca ci si abbandona alla relazione, si perdono le rispettive identità per costruirne insieme una nuova che valga per entrambi.

Ma quanto siamo disposti a perdere del nostro per creare insieme all’altro qualcosa di nuovo? Quanto possiamo venire incontro alle esigenze altrui, mettendo da parte le nostre? Quanto vogliamo persino rinnegare vecchie scelte, convinzioni ataviche, pur di stabilire questa nuova identità? “La donna sposa l’uomo sperando che cambi. E invece l’uomo non cambia. L’uomo sposa la donna sperando che non cambi. E invece cambia“. Così scriveva il compianto Luigi De Filippo e non aveva molti torti.

Perché va bene il venirsi incontro, va bene rimettersi in discussione, ma in fin dei conti, se davvero ti sei scelto fra un milione e sei stato scelto tra un milione, questa scelta era fatta sulla base di quel che eri, non di quello che potevi diventare dopo. Altrimenti il rischio è che un giorno ci potremmo guardare allo specchio e non riconoscerci più.

Vale sicuramente nelle relazioni fra persone. O almeno, fra persone adulte. Certo, per i bambini non vale.

Sotto un cielo di stelle mentre guardiamo precipitare una stazione spaziale

Dopo una grande paura, alla fine di un lungo periodo di fatica, quando tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto e tu sei stanco, stanco ma soddisfatto. Ti siedi sui gradini della porta, fa ancora freddo, ma per un po’ si può stare, la notte è limpida. Hai un bicchiere con un sorso di rhum e un sigaro appena acceso. Arriva anche lei, si siede e si accoccola vicino a te, appogiando la testa sulla tua spalla.

È in quel momento che ti rendi conto che poteva andare meglio. Ma poteva andare anche peggio. Mentre una stazione spaziale precipita lontano, in sottofondo Etta James canta il ritorno della primavera.

Finalmente il mio amore è arrivato
I miei giorni di solitudine sono finiti
e la vita è come una canzone

oh, finalmente
I cieli lassù sono blu
e il mio cuore è stato ben chiuso
la notte in cui ti ho guardato

Ho trovato un sogno a cui potevo parlare
un sogno che posso chiamare mio
ho trovato un brivido contro il quale premere la mia guancia
un brivido che non ho mai provato prima
tu hai sorriso, tu hai sorriso
e dopo l’incantesimo è stato lanciato
Ed eccoci qui in paradiso
perchè tu sei mia… finalmente.

A proposito di verbi deponenti

Sarebbe bello ogni tanto poter essere l’inviato speciale. Poter avere quel placido distacco dell’analista che guarda le cose in modo asettico, interessato il giusto, coinvolto, ma non troppo. I latini, che ne sapevano forse più di noi, accanto ai verbi attivi e passivi, avevano questa strana mescolanza dei verbi deponenti: una di quelle cose che mi facevano odiare il latino, quelle complicazioni che a scuola ritenevo assolutamente inutili, anzi pretestuose, fatte solo per il gusto sadico di seviziare noi poveri studenti. Un’azione o si fa (e allora è attiva) o si subisce (e allora è passiva): che bisogno c’è di inventarsi una strana mescolanza, una cosa che non è né l’una, né l’altra o insieme tutt’e due?

Invece crescendo ti accorgi che le cose non sono mai così semplici e le possibilità sono quasi sempre più di due. Ti accorgi che le sfumature sono importanti e che quindi, a volte, non puoi essere circoscritto dentro l’alternativa attivo/passivo. A volte sei deponente, come gli inviati speciali. Che stanno lì in mezzo alle bombe e le raccontano, un po’ attivi e un po’ passivi, un po’ coinvolti ed un po’ al di fuori. Ma proprio per questo capaci di essere obiettivi e di vedere realmente come stanno le cose. Perché quando stai troppo dentro o troppo fuori le situazioni non le riesci a valutare per bene. Invece dovremmo viverle, ma senza lasciare che ci tocchino. Se sei troppo vicino diventi presbite e se sei troppo lontano miope. Dovremmo essere deponenti.

E forse allora riusciremmo a fare un bilancio sereno di quel che ci capita, delle situazioni che ci succedono, delle persone che ci stanno intorno. Persino di noi stessi. Essere deponenti servirebbe per non prendere di petto le situazioni, per cercare di cogliere punti di vista differenti, avendo un orizzonte più ampio, che tenga conto delle situazioni del qui e ora, ma anche quelle di ieri che le hanno determinate e quelle di domani che ne saranno conseguenza. Essere deponenti potrebbe essere utile per trovare nuove soluzioni, che quando sei (troppo) vicino o (troppo) lontano non ti accorgi di avere sotto mano, pronte per essere adottate. Essere deponenti farebbe trovare il modo, anche quando si è stanchi.

Difficile? Eh sì. Ma infatti, com’è noto, io in latino ero una vera capra.

“Quando poi, saremo stanchi, troveremo il modo, quando poi, saremo stanchi, troveremo il modo….”

Cambierei il finale

In effetti ultimamente questo blog è diventato più pesante di un pollo con i peperoni. E allora, festeggiamo l’arrivo della primavera con un bel post minchione, uno di quelli della serie “le 10 cose che”. Lo spunto me lo dà quelle vicenda che ha fatto molto scalpore un po’ di tempo fa, quando una rivisitazione della Carmen messa in scena a Firenze ha cambiato completamente la trama dell’opera. In questo finale alternativo la protagonista non muore, perché l’intento di questo stravolgimento era proprio quello di mandare un messaggio contro il femminicidio. Qualcuno d’accordo, i più contrari, le solite polemiche che suscitano operazioni come questa. Io mi sono chiesto: ma se fosse possibile, quali sono i 10 finali che cambierei?

Nel calcio non ho dubbi. Sabato 15 maggio 1999, Treossi fischia il rigore (più che evidente, ah! ci fosse stata la Var!) su Salas per fallo di Mirri, la Lazio vince a Firenze e rimane a 2 punti dal Milan. La settimana dopo vinciamo lo scudetto.

Nella musica nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1980 Mark David Chapman ha un attacco di diarrea fulminante. Mentre è seduto sulla tazza del cesso con dolori lancinanti ripensa alla sua idea di uccidere John Lennon e decide invece di darsi alla pesca di altura. Si compra tutta l’attrezzatura necessaria e si trasferisce nel Connecticut. L’ex Beatles continua a scrivere meravigliose canzoni e album indimenticabili fino ai giorni nostri.

In letteratura, Gregor Samsa si sveglia un mattino e scopre di essere diventato un grosso, grasso maiale cecoslovacco. Mentre grufola in salotto una generosa porzione di carrube pensa fra sé e sé, “be’, dai sempre meglio di uno scarafaggio”.

Nei film, grazie al riscaldamento globale il Titanic affonda l’Iceberg che aveva sopra due pinguini abbracciati. Green Peace fa causa al Titanic che deve mettere in cassa integrazione tutti i marinai, che sopravvivono al viaggio, ma poi per non morire di fame chiedono il reddito di cittadinanza al Movimento 5 Stelle.

Nei fumetti farei in modo che nell’ultima battaglia sopra il ponte di Brooklin tra l’Uomo Ragno e Goblin, quest’ultimo invece di uccidere la povera Gwen, in volo nel suo aliante dà una tranvata sul pilone più alto del ponte, dimentica chi è e cosa fa lì vestito da folletto. A quel punto decide di darsi alla musica leggera e si unisce ai Mattia Bazar.

In epica, Ulisse torna a Itaca e scopre che Penelope nel frattempo ha cambiato sesso e fa l’ospite fissa a Uomini e Donne di Maria de Filippi. A quel punto torna da Circe e fugge con lei per un week end d’amore a Zagarolo.

Nelle favole, Geppetto rivela a Pinocchio di averlo comprato da Ikea, ma di aver avuto bisogno della Fata Turchina per montarlo correttamente, perché si era perso le istruzioni. In realtà quello che avrebbe dovuto allungarsi non era proprio il naso, ma pazienza. Pinocchio adirato lo rimanda nella balena.

Nei social network, Zuckerberg ricorda con nostalgia alla sua classe delle superiori e decide di creare un sito dove poterli rincontrare tutti. Ma quella sera in TV danno il Grande Freddo e ripensando a tutti quegli stronzi che lo prendevano per i fondelli per la sua scarsa propensione per gli sport e la pancia prominente cambia obiettivo e decide di creare un sito di incontri per animali domestici che chiama “trova l’anima(le) gemella” e in breve tempo diventa il sito più cliccato al mondo.

In storia, Cristoforo Colombo devia la rotta e fa approdo alle Canarie. Lì, invece di scoprire l’America, scopre le gioie del sesso con una canarina molto avvenente. In seguito gli Incas, i Maya e gli Aztechi arrivano in Spagna e scoprono l’Europa e ne fanno una colonia americana. Le colonie si ribellano, fanno una guerra d’indipendenza e creano gli Stati Uniti d’Europa. Duecent’anni dopo, contrariamente a tutte le previsioni, i cittadini europei eleggono come presidente un tizio con dei capelli buffi che organizza cene eleganti. Perché la storia si può anche cambiare, ma la politica alla fine è sempre la stessa!

Come decima resterebbe da immaginare un finale diverso per qualche episodio che mi riguarda personalmente: se avessi scelto un’altra facoltà, oppure un altro lavoro, se mi fossi innamorato di un’altra donna o avessi comprato un’altra casa, se fossi vissuto in un’altra città o avessi tifato per un’altra squadra. A volte la curiosità ti porta ad immaginare di percorrere strade alternative, per arrivare poi chissà a quale meta diversa: ci si potrebbe scrivere un post a parte. Ma sapete che c’è: alla fine probabilmente ha ragione il buon Cremonini e non cambierei proprio un bel niente!

Buon viaggio
Che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada
Amore mio comunque vada
Fai le valigie e chiudi le luci di casa
Coraggio lasciare tutto indietro e andare
Partire per ricominciare
Che non c’è niente di più vero di un miraggio
E per quanta strada ancora c’è da fare
Amerai il finale

 

 

Consigli di lettura non richiesti. 18/ Stockett – Nevo

Mi sono accorto di aver un po’ trascurato questa rubrica di consigli di lettura. Effettivamente nella seconda parte dello scorso anno ho letto sì alcuni bei libri, ma nessuno che mi abbia davvero entusiasmato ed in più nessuno di autori nuovi, che valesse la pena segnalare. E’ forse un mio limite quello di leggere qualsiasi cosa pubblichino certi autori ed è quasi naturale che poi alla lunga non tutto rientri nella categoria dei capolavori. Prendiamo il mio amato Lansdale o Lehane: sicuramente continuano a sfornare delle belle storie, libri godibilissimi, avvincenti e convincenti, ma certo qualcosa rispetto al passato secondo me stanno perdendo. Ripeto, forse è anche inevitabile così.

Questi primi mesi dell’anno invece si sono aperti con due libri sopra la media, due lampi accecanti che mi hanno davvero entusiasmato entrambi. Il primo si intitola The Help di Kathryn Stockett, una autrice esordiente che ha scritto una storia che dà un nuovo punto di vista in una vicenda ormai notissima come quella dei diritti civili delle persone di colore nell’America degli anni 60. Ed è il punto di vista tutto femminile sia della protagonista (bianca), che delle due coprotagoniste (nere), che delle varie figure che si alternano nel racconto, sia bianche che di colore. A parte il tipo di scrittura semplice, lineare, coinvolgente, la cosa straordinaria è proprio questo sguardo alternativo, perché qui non si confrontano persone dichiaratamente razziste contro i poveri neri vittime di violenza che tante volte abbiamo visto e letto nelle ricostruzioni di quegli anni. Qui i bianchi sono liberal e apparentemente aperti e disponibili verso le persone di colore. E queste ultime sono bene integrate, seppur con ruoli di secondo piano. E l’autrice è bravissima ad evidenziare le ipocrisie e le contraddizioni che ci sono negli uni e negli altri e che alla fine faranno esplodere quel tipo di società, forse anche più dei moti violenti delle Black Panters. Un libro davvero bello e forse anche istruttivo, perché l’accettazione del diverso, a parole, è sempre molto più facile e meno scontata di quanto non sia nella realtà. Probabilmente anche nella nostra.

Il secondo è Neuland di Eshkol Nevo, una bellissima storia d’amore, ambientata fra lo stato di Israele ed il sud America. Di quest’autore avevo già letto un altro libro, che mi era piaciuto (La simmetria dei desideri), ma non quanto questo. Neuland è un capolavoro. Una storia fra due sconosciuti che avevano nel loro destino quello di incontrarsi, un destino che nasce settant’anni prima e che si sviluppa insieme alla storia della Shoa e della fuga degli ebrei dall’Europa in guerra, verso la terra promessa. Che avrebbe anche potuto non essere la Palestina, perché alcuni ebrei alla fine dell’800 immaginarono una nuova terra promessa in Argentina. Ed è lì infatti che i due protagonisti si ritrovano, immaginando un futuro alternativo per le loro vite, sulla base di un passato che avrebbe potuto essere diverso, per loro, per quelli che li avevano preceduti ed in generale per tutto il popolo israeliano. Il finale resta aperto, com’è giusto che sia, perché forse intrinseco nel dna di questo popolo errante, che purtroppo sembra proprio destinato a non trovare pace.

Buona lettura!